Agosto 2008

BILANCI DI GIUSTIZIA
LETTERA DI INFORMAZIONE TRA GLI ADERENTI ALLA CAMPAGNA
N° 130 GIUGNO – AGOSTO 2008

 

I Bilanci di Giustizia in dialogo con la Locride
QUANDO IL LAVORO NON C’E’
E QUANDO SI LAVORA TROPPO

INTERVENTO DI TONINO PERNA

Con l’aiuto di Daniele di Pisa abbiamo trascritto l’intervento introduttivo dell’Incontro Annuale a Stilo.
È molto interessante: presenta molti spunti di lettura della realtà, lo proponiamo non completo, per problemi di spazio, lo metteremo a disposizione nella versione integrale sul sito.
Il testo non è stato rivisto dall’autore.

In un libro della Boringhieri “Sistema mafia” viene descritta la nuova realtà che abbiamo di fronte ora. Se c’è una cosa di cui il Nord deve prendere coscienza oggi, e i miei amici della rivista Altraeconomia hanno iniziato a farlo con questo numero di maggio 2008, la mafia è a Milano.
Non nel senso che qui non c’è, ma questa nuova classe politica, che si appropria della ricchezza prima con la violenza e puoi entrando nei circuiti della finanza internazionale, poi investendo, è diventato un problema gravissimo per le aree del Nord. Molti vivono in posti insospettabili, e poi non ci siamo solo loro, nel nostro paese c’è anche una forte presenza della mafia russa che ha investito in alberghi, ristoranti e soprattutto in discoteche.
Dobbiamo essere chiari abbiamo un problema in comune che riguarda tutti i livelli fino al governo. Bisogna dirselo con franchezza: una nuova classe sociale e anche culturale si è impadronita del potere di tante aree del mondo. Questo è il problema primo che abbiamo come italiani in questo paese; poi l’ha l’Europa e l’hanno altre nazioni insospettabili come il Messico. Un mio amico dell’università del Messico ha scritto un libro straordinario sulla presenza del capitale criminale nelle maggiori attività in Messico.
Il secondo è un po’ un paradosso della storia perché i primi federalisti furono meridionalisti: fu Dorso, Salvemini e- molti altri. La lotta per l’autonomia era sarda, siciliana, parzialmente calabrese: ma soprattutto i più grandi intellettuali della prima metà del ‘900 (poi non ce ne sono stati più di questo livello) che hanno parlato del mezzogiorno, chiedevano l’autonomia fiscale come oggi lo chiede il nord e come probabilmente adesso avverrà. La chiedevano, perché fino alla seconda guerra mondiale il mezzogiorno d’Italia versava come tasse allo Stato molto più di quello che prendeva dallo Stato. Oggi, diciamo dal 1975, questo bilancio si è rovesciato, e dal ’75 al 2008 con piccole variazioni, il mezzogiorno d’Italia in misura crescente prende dallo Stato in termini di flussi finanziari più di quanto da. Per fare un esempio, visto che siamo in Calabria, su 100 euro di reddito, che posseggono i calabresi, circa trentacinque euro su 100 sono dovuti a un trasferimento netto dello Stato.
Come si è creata questa situazione? Si è creata con un processo abbastanza lento. Per prima cosa bisogna dire che il federalismo fiscale che oggi chiede il Nord ha una base strutturale. Se il Nord oggi chiede: io voglio pagare tasse e spenderle dove vivo, non è perché è un’invenzione di Bossi e di qualcun altro, è perché effettivamente la realtà è questa.
Poi si possono fare altri calcoli, altre constatazioni; i meridionali dicono: noi vi mandiamo la forza lavoro già formata, ed è vero. Se io dovessi calcolare tutti i giovani laureati all’università di Messina, dove è stato speso per formarli, e poi vanno a lavorare al nord, e anche questo è vero. Ma diciamo che oggi in tutto il mondo c’è questa spinta a chiudersi, all’egoismo.
C’è da dire poi un’altra questione per cui si è creata questa divaricazione del paese che è profonda, (non riguarda solo una formazione politica): il sud non è più funzionale allo sviluppo economico come lo è stato per tantissimo tempo. Negli anni ‘50 il sud era il serbatoio di manodopera dell’industria del Nord, negli anni ‘60 era un mercato importante per le imprese.
La nuova industrializzazione Italiana è l’asse centro-nord-est, si sale dalle Marche, dalla Toscana e si va su: quella è stata l’ultima rivoluzione industriale d’Europa.
Ma mentre avveniva questo si spegneva il Sud. Questo è un dato veramente incredibile. Nessuno, pur essendo i dati a disposizione di tutti, ha messo in evidenza che qui c’era una industria di base tradizionale, una rete incredibile di piccole e medie imprese industriali proprio qua, nella Locride. Erano specializzate in tutto ciò che riguarda industria agroalimentare, industria dell’abbigliamento e calzature, industria tessile del mobile, industria metallifera.
Non era l’industria moderna, non era la chimica, la siderurgia, l’industria meccanica avanzata di precisione. Tutti gli sforzi fatti da tutti i governi, da tutte le Regioni dal 1980 in poi fino alla noia si sentono dire da parte di tutti i sindacati che bisogna ripartire dalle risorse del territorio, bisogna valorizzare le risorse del territorio. Queste c’erano già: c’era un’industria che era capillare.
Un posto come Platì, un posto oggi triste per essere stata la patria negli anni ‘70 dei sequestri di persona, aveva un’industria delle pipe, un’industria delle sedie e un grande mulino in cui facevano la farina.
Dal ‘51 al ‘71 secondo i censimenti industriali certi, chiudono 44.000 imprese medio-grandi e medio-piccole del sud. Nello stesso ventennio negli stessi settori: alimentare, minerale metalliferi (le mattonelle), mobilio, calzature aprono 114.000 medie e piccole imprese industriali nel centro-nord. C’è stato proprio un meccanismo di sostituzione.
Con la Cisl nazionale, quando c’era Bruno Manchi, abbiamo fatto una ricerca sui consumatori del mezzogiorno. L’industria locale, ad esempio faceva la bevanda, la Gazzosa che in Sicilia si chiamava “Spuma” ma a un certo punto andavi al bar, non c’è l’aveva più ed era stata sostituita dalla SevenUp.
Con questa sostituzione, il mezzogiorno aveva già perso, perché comprare una cosa che veniva da Milano o da un’altra parte faceva sentire più moderno, diverso: ti faceva stare meglio, ti faceva sentire nel tuo tempo storico. Il ragazzo che ci aveva l’industria locale che faceva il formaggio tradizionale voleva il Formaggino Mio, che tra l’altro vedeva nei primi caroselli.
In quegli anni si è determinato un cambiamento strutturale totale, il tema del lavoro di stamattina è centrale. Riguardo all’edilizia: qua ogni “cento metri” c’era una fornace che produceva mattoni mentre oggi, pensate, che, anche le mattonelle di questa stanza, 90 su 100 vengono da Sassuolo o da un altra parte; i mattoni vengono, quando va bene, da Latina se non da Verona, ormai neanche i mattoni si fanno più qua; quindi è avvenuto un processo di deindustrializzazione. C’è stato un solo paese al mondo più importante di noi: l’Argentina, che negli anni ’80 e ’90 ha avuto un processo analogo.
Tale processo ha portato anche una cosa molto importante e difficile da capire, la delegittimazione del mercato. La delegittimazione dello Stato è ovvia. Se uno conosce minimamente la storia del sud, dovete pensare che proprio su questa piazza di Stilo nel 1864 furono impiccati una decina di persone: i cosiddetti “briganti”. La prima azione dello Stato nel sud fu un azione di repressione molto violenta.
Il servizio militare sotto i Borboni non c’era. Nel regno Sabaudo vennero istituiti tre anni di servizio militare. Le famiglie, che vivevano sulle braccia dei propri figli, si vedono partire questi per tre anni. Il famoso dazio sul macinato non c’era. Quella fu una tassa che proprio massacrò i contadini, e ci fu una ribellione di massa. Ne inventarono di tutti i colori. Imposero di mettere un asse di metallo con un contagiri che segnava quanti giri faceva la ruota. Questo attrezzo in metallo, che i contadini dovevano comprare, era costosissimo e quindi inserirono un pezzo di ferro nel legno e poi cercavano di escogitare tutti i meccanismi per cercare di non pagare. Quindi ci fu una illegalità. C’era una tassa e se non la paghi sei illegale, ma una illegalità che aveva una base di ingiustizia. Contemporaneamente ci fu questa ribellione di massa seguita da una repressione molto forte.
Quindi, che lo Stato al sud non abbia avuto mai una vera legittimità, è storia antica.
La grande novità invece è negli anni ‘50-‘60, il ventennio del boom economico italiano: chiudono queste fabbriche.
Ora succede che tu non vedi più la possibilità di un progresso nel territorio attraverso il mercato, anzi l’apertura del mezzogiorno avviene negli anni ’50 con le prime autostrade, il telefono.
Il sud era protetto, tutte le sue industrie erano protette dalla mancanza di mezzi di comunicazione (cosa che solo il prezzo così alto del petrolio ci può restituire. Finalmente potremmo rifarci un’industria locale per un mercato locale quello che poi vorremmo che fosse anche al nord, una situazione di equilibrio occasione che ora paradossalmente ci viene data dall’aumento dei prezzo del petrolio). Ma allora c’erano 1000 barriere, l’energia elettrica in questa montagna fu portata negli anni ‘60 non c’era il telefono, non c’erano le strade. Quindi praticamente quando si apre, il mercato arriva, ed è quello che ci frega e che ti fa chiudere.
Quindi il mercato, come lo Stato, sono elementi di destabilizzazione di equilibri antichi.
Anche quando usiamo la parola mercato, il mercato tradizionale qui come in Tunisia o in Albania, in tutto il Mediterraneo, aveva le sue regole antiche; per esempio una di queste era il rispetto. Una cosa semplice: se io devo uscire qua e andare a comprare il giornale e ci sono tre edicole non posso andare da una qualunque, ma vado da quella che è di mio cugino, mio parente, mio amico ecc.. Qualunque cosa io facevo era legata socialmente, non andavo dove costava meno ma andavo dove dovevo andare, perché, se non andavo lì, quello si offendeva.
Ancora da noi chi vive qua lo capisce, ancora dal barbiere e in altri posti, se tu non ci vai, non ti saluta più; si offende, diventi quasi un nemico. Questi legami sociali sono molto forti.
C’è un’altra cosa riguardante il mercato. La Standa fu la prima ad aprire poi arrivò la Rinascente a Catania etc. etc. questo mercato capitalistico è un mercato anonimo fatto di grandi numeri è un mercato in cui esistono due cose: il consumatore, quello classico, che guarda al rapporto qualità-prezzo, e il venditore che guarda al massimo profitto e tende ad allargarsi a espandersi.
Dentro questo mercato non c’è più una cosa fondamentale che è l’elemento di rito, di socializzazione: quello di contrattare sul prezzo; si passava giornate, questo ancora oggi avviene nei paesi arabi. Può essere anche noioso; per noi però così era, e questo era un elemento anche di socializzazione: nelle piazze, dove avvenivano gli scambi, c’era la trattoria. Si fermavano, ci passavano giornate intere un po’ bevendo, mangiando, giocando a carte, erano i luoghi dello scambio tradizionale, difesi dalla mancanza di comunicazione.
Improvvisamente arriva questo impatto della modernità capitalistica: si passa, dal luogo tradizionale, all’ipermercato; un passaggio molto violento che viene anche nella testa delle persone: “il rispetto sociale”, la stima che passava attraverso una serie di valori e di cose, improvvisamente sparisce e, per la gente, il denaro diventa l’unica cosa che conta.
Per certi versi la grande differenza del nostro paese, innanzitutto culturale, è dovuta al diverso modo in cui sono entrati nel mercato mondiale il Veneto e la Calabria.
Con tempi diversi, modalità diverse e reazioni diverse del territorio. Grande ruolo l’hanno giocato il fatto che nel Nord c’erano forme associative che hanno retto all’impatto del mercato; vuoi le varie forme di lega, i sindacati, la Chiesa; il ruolo completamente diverso della Chiesa al Nord e al Sud. Al Nord il prete-contadino è prete-operaio, è prete della comunità, qui invece è parte dell’élite sociale. C’è una letteratura sterminata uguale in tutto il sud: il farmacista, il maresciallo dei carabinieri e il prete.
Il potere è là, quindi con la gente non c’entrava niente.
Mentre al Nord c’è un processo aggregativo, qui non c’è un meccanismo di costruzione della comunità. Il mercato rompe la comunità, comunità tra l’altro con profonde ingiustizie.
Dovete pensare, per tornare alla mitica Platì, che là c’erano due signori, e ancora ci sono i loro palazzi, mentre tutto il popolo abitava in piccolissime case: 10 persone in otto metri quadri con gli animali accanto etc. e il signore aveva il palazzo.
Appena gli abitanti di Platì hanno fatto la loro rivolta, a modo loro, la prima cosa che si son fatti è stata il palazzo. Non gli serve a niente perché i figli sono partiti. Hanno cinque piani: uno solo occupato. È disabitato ma l’idea era che io faccio il salto sociale se ho il palazzo; non la villa, ma proprio il palazzo, quella cosa lunga, rettangolare, vuota, il più alto possibile.
I simboli del potere erano questi.
A Villa San Giovanni c’era il più grosso distretto, uno dei più grandi d’Italia, della produzione della seta; c’erano cinque grandi siti, veniva portata fino in Inghilterra già negli anni ’30. Però il potere era in mano all’aristocrazia. Questa è una distinzione storica. Nel Nord c’era già una formazione di borghesia industriale, commerciale, che aveva anche pezzi del potere cittadino. Questo lo diciamo perché bisogna averne coscienza, non riusciamo in una o due generazioni a cambiare il peso della storia.
La storia pesa come un macigno; uno pensa di no, pensa che sia possibile ad ogni generazione cambiare tutto, ma non è così.
In Italia poi c’è una linea di demarcazione che divide il Nord e il sud Europa che riguarda la partecipazione storica alle istituzioni; cioè il fatto che i comuni, così come voi li avete conosciuti, hanno una storia antica che risale al medioevo.
Ci sono comuni che avevano degli statuti straordinari di gestione della vita economica comunale, e quindi furono una palestra straordinaria di democrazia.
Questo è l’altro elemento che pesa nella storia; la mancanza di democrazia pesa moltissimo nella formazione di questo territorio meridionale.
Infine un terzo aspetto, poco conosciuto, ma che ha avuto un ruolo fondamentale, e che divide la cartina d’Europa, la spacca in due Al Nord ha creato questo senso del lavoro anzi un eccesso di attaccamento al lavoro; e al sud un rapporto che è stato diverso rispetto al lavoro.
Questa differenza non è solo fra Nord Italia e Mezzogiorno, ma proprio riguarda l’Europa. C’è una linea di demarcazione che passa attraverso la Spagna, esclude la Catalogna che si avvicina alla Francia, e riguarda un’esperienza drammatica che ha vissuto l’Europa: come è stato creato un bisogno del lavoro e come è stato creato non solo un mercato del lavoro ma anche il fatto che il lavoro diventi centro di tutta la vita, uno strumento fondamentale.
Sono state le Workhouse lo strumento fondamentale. È stato il fatto che nel 1600, partendo dalla Francia del nord, l’Inghilterra poi la Germania tutti adottano questo sistema E’ quello che gli storici definirono il secolo della grande reclusione. Chi era disoccupato era mendicante.
Ci fu un cambiamento che riguarda l’area protestante, poi arrivò anche nel mondo cattolico. Chiedere l’elemosina era proibito.
Improvvisamente alla massa dei nomadi, quelli che oggi chiamiamo rom, e che era una parte consistente della popolazione europea che ancora si spostava , gli viene impedito di muoversi, di spostarsi da una città all’altra. Se non hanno il lavoro nel luogo dove risiedono, finiscono nelle Workhouse, che erano vere proprie prigioni, dove si lavorava in maniera coatta, e dove le famiglie venivano distrutte perché il padre andava da una parte, la madre dall’altra e i bambini dall’altra ancora.
Una cosa sistematica e istituzionale che è durata fino alla metà dell’800 a fasi alterne. Fu sospesa in Inghilterra dopo la rivoluzione francese, poi viene riattivata nel 1834 con un decreto della regina Elisabetta. Ma quello che è straordinario, per dire quanto pesa, che in Spagna questo sistema viene adottato solo in Catalogna, perché il Vescovo di Siviglia, quando vanno a costruire la prima Workhouse a Siviglia, disse: “questa è una barbarie, non si può fare” e quando arriva al Vaticano, che avrà un Workhouse a metà del 1700, anche lì scandalo, e verrà chiusa.
Ma sotto Roma non ci sarà mai la persecuzione dei poveri disoccupati, dei nomadi; è tutto sopra.
Alla fine nel ‘600 fu una cosa incredibile: in Normandia gli mettevano un timbro sulla testa a tutti quelli che non avevano un lavoro stabile.
Ora cosa succede? Una generazione dopo l’altra, sapere di poter essere visti, presi da una guardia che chiede che lavoro fai, dimostra come vivi, (come si fa ora con gli immigrati) e finire dentro è un tutt’uno.
E tu interiorizzi una sanzione: per cui, restare senza lavoro, è una tragedia.
Negli anni settanta nel Nord Italia ci sono stati i suicidi tra operai disoccupati; ma non abbiamo mai avuto, in quegli anni, suicidi al Sud. In quegli anni c’erano 500 disoccupati nell’industria chimica di Salina ma nessuno di loro, pur non avendo mai lavorato un giorno, ha mai pensato di suicidarsi. Se resti senza lavoro a Torino, tu, cassaintegrato, esci di casa e il tuo vicino ti guarda con disprezzo. Qui, se sei cassaintegrato, non è un motivo di disprezzo sociale.
Questa profonda differenza per capire come lavoro e non lavoro può portare a livelli anche di eccesso al Nord, con un l’attaccamento viscerale al lavoro, e farne il centro della vita.
Ma è dovuto sostanzialmente a un processo storico di ben tre secoli in cui essere disoccupati era una colpa, essere poveri era una colpa. Oggi è tornato ad esserlo. Tutto questo qui non c’è stato. Anzi come dice il mio amico e collega Raimondo Catanzaro in un bel libro di alcuni anni fa sull’imprenditore assistito: “qua l’aristocrazia l’ha sempre detto e praticato: il lavoro non è un valore”.
Il vero aristocratico era quello che non si sporcava mai le mani, ma neanche la testa, cioè non doveva fare. Lavorare significava appartenere a un ceto sociale basso.
Vorrei concludere con un aneddoto.
Un mio compagno di scuola era figlio di un barone. Facevo la scuola media e andai una volta a casa sua; suo padre mi disse: “Tuo padre che lavoro fa?”, risposi “Mio padre è commerciante” e siccome avevo visto la targa con la sua laurea in giurisprudenza gli chiesi:”E lei barone che lavoro fa?” “Lavoro? -mi disse lui- mai fatto un giorno di lavoro in vita mia!”

I BILANCISTI RACCONTANO
DELL’INCONTRO ANNUALE
DI RITORNO DA STILO

Le Famiglie dei Bilanci incontrano la Calabria Coraggiosa

Per questo “strano” incontro delle famiglie dei Bilanci di Giustizia nella Locride ci siamo trovati in cinquanta e il 27 e 28 giugno abbiamo incontrato, a Stilo, donne che hanno voluto rivitalizzare la loro terra, i loro paesi creando lavoro con Cooperative da loro costituite.
Sono Cooperative che operano nel turismo (due alberghi), nei servizi alla persona, nell’animazione artistica, nell’artigianato (i merletti) e così offrono inserimenti lavorativi a persone svantaggiate.
Abbiamo conosciuto il Consorzio GOEL che le riunisce ed offre a loro i servizi amministrativi e promuove la formazione. Abbiamo ascoltato da Vincenzo Linarello i progetti abbozzati per affrontare il dopo-Bregantini.
Abbiamo incontrato Amministratori Locali: i sindaci di Riace, di Stilo, di Monasterace.
Le donne delle Cooperative ci hanno raccontato le loro storie. Nate per la maggior parte da aggregazioni Parrocchiali, si sono costituite da 10-12 anni; hanno dovuto attingere ad una loro profonda motivazione per maturare sul campo solidità e professionalità.
La vita spesa da Maria, da Patrizia, da Lucia e da tante altre ha permesso di costruire delle strutture che ora danno lavoro a più di un centinaio di persone.
Il Consorzio GOEL, promosso e sostenuto dal vescovo Bregantini collega queste storie, nate e cresciute in contesti diversi; offre loro servizi, e forma degli amministratori che sappiano portare una mentalità di impresa.
La sorpresa più forte è venuta dalla conoscenza dei Sindaci: persone votate a questa loro terra che vogliono far rivivere.
Non dimenticheremo Domenico, sindaco di Riace, che, a partire dalla sbarco sulle spiagge di 300 Curdi, ha aperto il suo paese all’accoglienza intelligente, vedendo in questo evento l’opportunità per restaurare e rendere abitate le case abbandonate dall’emigrazione. Un recupero non solo edilizio, ma anche di mestieri, di artigianato locale riscoperto come fonte di sostentamento: la ginestra, la lana, la cucina…
Ha riproposto anche risorse abbandonate: la raccolta differenziata attuata con gli asini!
Insomma la vita ripensata con libertà, con fantasia e con responsabilità collettive; con una tenacia per noi impensabile. Abbiamo incontrato testimoni attendibili.
Tuttavia questo è portato avanti da poche persone, in un ambiente ostile, dominato dall’ndrangheta.
Ora non possono più contare sul sostegno del vescovo Bregantini. Sono realtà fragili ed esposte. Siamo stati toccati dal loro calore e dalla loro disponibilità; da come ci hanno accolti e da come sono stati con noi.
A noi, famiglie dei Bilanci, sembrava importante soprattutto ascoltare e conoscere; ma alcuni particolari dell’albergo ci interrogavano. Abbiamo cominciato a chiedere a tavola l’acqua del rubinetto (buonissima), ma c’era anche l’acqua calda del bagno ad una temperatura molto alta; e poi quei fagiolini in scatola proprio in questa stagione!
Ci rendevamo conto che la sensibilità per questi particolari ci poneva l’interrogativo se anche noi bilancisti non avevamo qualcosa da dare; le nostre riflessioni sul lavoro: lavoro espressione delle nostre abilità e delle nostre storie. Ma anche la riflessone sul senso del denaro: quanto contare sul denaro per dare consistenza e solidità a ciò che stiamo costruendo.
E poi la sintonia con il loro impegno politico.
Ci hanno ricordato che la ‘ndrangheta sta radicandosi proprio al nord; in Emilia, in Lombardia e in Veneto.

Siamo tornati a casa con dei propositi che vogliamo proporre a tutti i Bilancisti:

    1. Potremmo guardare di più alla forma “cooperativa” per ripensare il lavoro.
    2. Dare risalto ed appoggio ai Bilancisti che la stanno attuando o che vi stanno pensando

* Trovare dei modi collettivi per presidiare il Territorio; dobbiamo pensare a dei “presidi civici” per individuare, nei nostri territori, le infiltrazioni dell’ndrangheta e della mafia.

  • Mantenere contatti con la Calabria, la Sicilia, la Puglia:
    1. utilizzare le loro strutture per il turismo
    2. prendere in considerazione la loro richiesta di una nostra presenza da tutor per la revisione dei consumi nelle loro organizzazioni
    3. offrire ai soci delle Cooperative della Locride la possibilità di usufruire della “Lista di Ospitalità”

Don Gianni

  • Goel, è il nome biblico che indica colui che paga perché gli schiavi riabbiano la libertà. Questo è significativo per noi e per loro. Siamo tutti inseriti in un sistema economico che sta impoverendo la vita e che domina condizionando le coscienze. Usa gli strumenti dell’isolamento e del rendere le menti immobili con conseguente perdita identitaria.
  • L’incontro di Stilo mi ha portato dei messaggi di liberazione.
  • Moltiplicare i legami: dove la responsabilità si cambia in corresponsabilità. Essa conduce alla Cooperazione. ‘E l’idea rivoluzionaria di mons. Bregantini: mai senza l’altro, perché non puoi farcela da solo.
  • La Cooperazione nel mondo del lavoro diventa impresa che ha a cuore la dignità della persona e la valorizzazione delle relazioni e produce lo sviluppo economico del territorio promuovendo il mercato locale e la valorizzazione delle tipicità.
  • Il cambiamento personale è indispensabile ma insufficiente, deve tener conto di chi è sull’orlo del baratro e pensare a soluzioni collettive con continue verifiche per assicurarsi che effettivamente si stia costruendo una via di salvezza.
  • Possibile cooperazione fra Cooperative del Goel e famiglie dei Bilanci: utilizzare le loro strutture per un turismo responsabile, acquistare con i gruppi di acquisto solidale dalle loro cooperative, accogliere i soci delle cooperative nelle proprie case in occasione dei loro viaggi.
  • L’Incontro si è concluso con il messaggio di liberazione che viene dalla liturgia della festa di s.Pietro; la liberazione dell’apostolo dalla prigione. Similmente la nostra liberazione da tutto ciò che umilia la dignità della persona è possibile. Sempre se la nostra reazione è una risposta pronta a tutto ciò che sveglia la nostra coscienza.

Patrizia

Prima di partire mi avete detto: “… e poi ci racconti”. Ma non è facile raccontare questa terra e questi giorni.
Il treno è sceso accumulando, quasi per definizione, un’ora di ritardo tra Bologna e Lamezia Terme. Siamo al Sud. Ma quale Sud?
Vincenzo Linarello (Consorzio Goel) ci ha raccontato i rapporti che lui ha stretto con tre sud: il meridione d’Italia (l’asse Napoli, Reggio Calabria, Palermo, terre di mafia), l’Est Europa (una Polonia che rispecchia le sue fatiche di sopravvivenza in quelle di questa terra) ed il Sud del mondo (la Colombia che introduce la droga in Europa passando per i clan calabresi).
Come tutti i luoghi di emigrazione, anche questa è una terra non povera ma impoverita. Anche qui c’era un’economia fatta di piccole e medie imprese che producevano mobili, vestiti e altro ancora. Prima. Prima degli anni sessanta, prima che la produzione fosse trasferita in Italia del nord e poi in Europa dell’est ed in Oriente. Da allora la gente se ne va: in quegli anni a fare l’operaio a Torino, oggi a studiare a Padova, per poi restarci.
La Calabria mi appare composta e ordinata, diversa da Campania e Sicilia. Ma alcune immagini mi sono note, trasmesse da film e luoghi comuni. Fuori della chiesa c’è un funerale con la banda lamentosa ed i parenti vestiti di nero.
Siamo venuti qui a parlare di lavoro, ad incontrarci con il Consorzio Goel ed alcune delle sue cooperative. Il nome Goel, biblico, è quello di un personaggio che versava i suoi soldi per riscattare gli schiavi: è una grande ambizione (ed una grande sfida) offrire alle persone delle opportunità per sottrarsi al potere di chi può darti un lavoro come merce di scambio. Oggi nella Locride ci sono 13 cooperative sociali di tipo B riunite in consorzio e 135 persone occupate. Sono tutte imprese nate dalle donne e dal volontariato, dove i soci – per i primi tre anni – rimettono i loro compensi all’interno delle cooperative per acquistare le attrezzature, i materiali, due sedie ed un pc.
E quando arriva lo stipendio (ogni tanto comunque non arriva) è la paga dei livelli bassi, 800 euro per un responsabile.
Ma è un lavoro degno. Le cooperative sono piccole e sono nate intorno alle abilità che ciascuno poteva mettere in campo: confezionare vestiti, lavorare la ceramica, fare l’artista, accogliere i turisti. Qui si esprime l’autoimprenditorialità della sopravvivenza, intesa non solo come sussistenza ma anche come sopravvivenza della legalità.
Le cooperative qui sono baluardi di resistenza e costruzione di legami diversi da quelli dell’appartenenza familiare e di clan. E’ come se l’asse delle relazioni si fosse spostato da una dimensione verticale (fatta di padri/padrini/padroni che siedono nei luoghi dove la gente porta i propri bisogni e che a questi bisogni sanno rispondere, legando a sé per sempre) ad una dimensione orizzontale (dove la democraticità e la trasparenza strutturano nuovi rapporti e rinforzano gli anticorpi contro la mafia).
Mi ritorna tuttavia chiaro in mente il monito di Alex Zanotelli: se volete fare qualcosa per Nairobi, cambiate a casa vostra.
Una delle richieste che il Consorzio ci fa è quella di diventare “osservatori civici” nel territorio in cui viviamo, perché la mafia finanziaria (che gestisce e sostiene le “famiglie” al sud) in realtà abita al nord, in Germania come a Milano e si nasconde dietro ad imprese che gestiscono locali pubblici, supermercati e mercato immobiliare. Questo è un ulteriore criterio che potremmo introdurre nel nostro consumo critico.
In due giorni qui abbiamo incontrato tante persone, tanti volti e tante storie.
Negli occhi di nessuno ho visto la paura. A tratti c’erano speranza, sopportazione, gioia, resistenza.
Tonino Perna ci ha parlato della borghesia mafiosa, della storia di questa terra e di come il lavoro qui sia sempre stato vissuto più come un fardello che come status sociale: qui nessuno si è mai suicidato per essere finito in cassa integrazione. Ci ha raccontato anche del suo essere professore universitario, degli insulti che ha raccolto dai suoi colleghi quando ha portato alla laurea uno studente con una tesi su Università e mafia, della sua esperienza di presidente del Parco dell’Aspromonte e delle volte in cui ha sottratto un’opportunità (un incarico, un concorso) alle richieste clientelari.
Delle cooperative ci hanno parlato Lucia, Daniela, Patrizia, Rita, Enzo, Maurizio, Maria, Francesca ed altri ancora, dicendoci cosa producono e da quanto tempo esistono, ma soprattutto restando con noi a pranzo, nei gruppi di lavoro e alla festa della sera.
Ci hanno raccontato i primi anni duri, quando i genitori a casa chiedevano perché non si stessero impegnando in un lavoro “vero”. No, effettivamente non era necessario scendere fino in Calabria per sentire questo discorso! L’enfasi e la motivazione del socio fondatore deve fare i conti con le diverse aspettative di chi entra nuovo, a volte solo per lavorare, a volte con altrettanta motivazione. Questo appartiene anche alla mia (nostra) storia di cooperatore.
Abbiamo incontrato due assessori e quattro sindaci della Locride: il presidente della conferenza dei sindaci (vecchio senatore quasi di altri tempi), il sindaco di Stilo (che è andato a studiarsi cosa sono i BdG e ci ha accolto con tanto di discorso scritto), la sindaca di Monasterace (eletta alla guida di un comune commissariato per mafia, desiderosa di pensarne una rinascita) ed il sindaco di Riace .
Lui, appartenente come altri alla categoria “sindaci per caso”, si è presentato alle elezioni con l’obiettivo di costruire una solida minoranza ed è diventato primo cittadino. Le cose che ci ha detto riguardano l’ospitalità diffusa (recupero di abitazioni del centro storico per l’accoglienza di stranieri, richiedenti asilo e turisti) e la raccolta differenziata (presente a bilancio con la somma destinata a pagare la ditta incaricata che non ha mai svuotato i contenitori perché i cittadini non sanno come riempirli).
Ma è assolutamente improbabile riuscire a rendere l’umiltà con cui ci ha raccontato che la sua vita è cambiata, ben prima di diventare sindaco, quella mattina che, andando al lavoro, ha incrociato lo sbarco di 300 kurdi, restituiti dal mare come i Bronzi di Riace. Di questi, la maggior parte ha proseguito per l’Europa, soprattutto Germania; ma quelli che sono rimasti hanno trovato accoglienza. E’ stato per dare una risposta a loro, infatti, che è nata l’idea di recuperare le vecchie case abbandonate dai nostri migranti. E’ difficile capire cosa significhi ristrutturare 120 posti letto con un mutuo di 50.000 euro.
Come è difficile immaginare il sindaco che, conti alla mano, decide di avviare la raccolta differenziata acquistando non un furgone (20.000 euro più spese correnti) ma due asini (1.800 euro).
Infine abbiamo ritrovato Vincenzo, dopo averlo conosciuto a Roma e ritrovato a Locri alla manifestazione del 1° marzo. Quello è stato l’appuntamento in cui la Locride ha lanciato la scommessa di realizzare un’alleanza con chi – singolo e organizzazione – vuole rinforzare un rapporto con una terra che sta investendo sul suo riscatto.
Il sogno alto di questo momento è quello di dar vita ad una comunità mutualistica che funzioni come il luogo in cui le persone si riappropriano del controllo del territorio e dei servizi di cui c’è necessità. A sostenere questo sogno, la convinzione che il cambiamento è un tema troppo importante ed impellente per permettersi il lusso di tempi lunghi. Spesso siamo abituati a porre l’accento sul valore dei segni, ma i segni promettono un cambiamento che va mantenuto.
Cosa può legare, a questo punto, l’esperienza dei BdG e quella delle cooperative della Locride? Le richieste/proposte che ci arrivano sono numerose ma sembra difficile far convivere la priorità della legalità con la priorità della sostenibilità. Eppure crediamo che BdG (per il metodo di lavoro) e Goel (per il radicamento all’emancipazione) abbiano da scambiare reciprocamente. Ci diamo un appuntamento per una presenza bilancista nella Locride (un’esperienza di tutoraggio sulla fattibilità dei bilanci in questi luoghi, soprattutto nel sistema dell’accoglienza turistica) e per una presenza delle cooperative e delle persone che abbiamo incontrato al prossimo appuntamento annuale e presso le singole famiglie.
Non è facile. Non è facile assumere questo impegno reciproco, non è facile superare le distanze geografiche né i dubbi e le resistenze.
Sulla via del ritorno, il piccolo treno corre lungo il mare. Tra i binari e l’acqua – verde e trasparente – una striscia sottile di sabbia grigia ed una lingua di terra dominata da fiori gialli e fichi d’india e agavi e arbusti a volte bruciati (da chi? perché?).
Chissà se riteniamo soddisfatte (sia noi che loro) le aspettative di condividere il tema del lavoro con le quali siamo arrivati a questo appuntamento. Forse il titolo non era centrato perché la differenza tra i due “modelli” di lavoro non riguarda la quantità ma la qualità. Queste donne forse non lavorano di meno di quanto lavoro io, ma lavorano con un ritmo diverso, con uno stipendio diverso, attribuendo un valore diverso al lavoro.
O forse no.
Le cose della vita non devono il loro valore al fatto che durino molto, ma alla loro esistenza in sé e al fatto che qualcuno abbia avuto il coraggio di renderle possibili.

Marisa

Provo anch’io a scrivere qualche impressione sull’esperienza di questo “strano” incontro nazionale….
Mi ha molto impressionato la tranquillità, il coraggio e l’energia con cui le persone incontrate stanno dentro il loro territorio lo vivono, con l’obiettivo molto concreto di cambiare ciò ce non va, E in questo ho trovato davvero molta sintonia con l’esperienza bilancista.
Infatti ci siamo trovati proprio bene, sia discutendo, che mangiando, che ballando. Soprattutto ci siamo raccontati e ascoltati molto.
E credo ci siamo reciprocamente aiutati a fare un passo in avanti e in là.
Non ripeto quello che già Marisa, Patrizia e Gianni hanno detto.
A me personalmente è venuta voglia di pedalare un po’ tra quelle colline e montagne, e tuffarmi in mare (cosa questa che fortunatamente ho potuto fare domenica, alla fine dell’incontro).
E al ritorno mi è venuta voglia di mettere in contatto gli amici di GOEL con un amico Lucano che organizza viaggi in bicicletta.
E’ urgente che sappiamo tessere reti.
Ho pensato che il nostro compito, come bilanci, all’interno del variegato mondo dell’economia solidale, potrebbe proprio quello di tessere reti e creare legami…
Alcune modalità sono state espresse, altre andranno trovate…
Ma è bello vedere che abbiamo compiuto un altro passetto nella direzione della ricerca di senso, di significato, della giustizia…
Spero che qualcosa di questa esperienza (che purtroppo pochi fortunati hanno potuto vivere) possa giungere a ciascun bilancista, e alimentare anche dei pezzi degli incontri regionali che si prospettano interessanti e proficui.
grazie a chi c’era e anche a chi non c’era

Antonella

INCONTRI REGIONALI

Incontro Regionale 2008 a Bergamo

LAVORARE E R_ESISTERE
esperienze di libertà nel lavoro

Casa Diocesana “Neve” -Castione della Presolana (BG) 29-30-31 agosto 2008

Vorremmo fare insieme un piccolo percorso di resistenza attiva in tensione dialettica con le contraddizioni del nostro tempo per “liberarsi” e “liberare”.

Programma

Venerdì
pomeriggio accoglienza e serata conviviale

Sabato
Mattino:

  • Introduzione e Tavola rotonda: “Lavoro non liberato e lavoro liberato” con don Arrigo Chieregatti e Oscar Mancini (già Segretario della Camera del Lavoro di Vicenza)
  • lavori di gruppo

Pomeriggio:
laboratori a tema

  • di continuazione del lavoro del mattino
  • laboratori concreti di tipico stile bilancista
    1. lavoro per il pane oggi (collegato al tema dell’Ecosofia)
    2. lavoro di cura come servizio alle persone e alle cose che sostengono la relazione

Serata conviviale con danze popolari

Domenica
Mattino:

  • Esperienze concrete di bilancisti e dialogo con i relatori
  • Assemblea plenaria della campagna
  • Pranzo
  • Saluti

Note Tecniche

Prezzi per il soggiorno durante l’Incontro Regionale:
Giorno intero di soggiorno (pernottamento, colazione, pranzo e cena): 40,00 € a persona.
(quindi, dalla cena di venerdì al pranzo della domenica = due giorni interi)
Bambini in camera coi genitori:
– 0-3 anni non compiuti: gratuiti;
– 3-9 anni non compiuti: 33,00 € a bambino.
Costo del singolo pasto: 14,00 €.

Quota di iscrizione : 25,00 euro per gli adulti.

Il menù prevederà anche una scelta, non banale, per i vegetariani.
Non sono compresi: bevande ai pasti (ma ci sarà acqua in caraffa sui tavoli); è disponibile un parcheggio all’interno della casa; le camere sono fornite di lenzuola, ma bisogna portarsi gli asciugamani/biancheria da bagno.
Le camere arrivano fino a 5 posti letto. Probabilmente sarà difficile avere disponibilità di camere singole.
Se qualcuno volesse venire con il camper, c’è la possibilità di usufruire del parcheggio pubblico adiacente alla casa.

COME PAGARE
Per facilitare le operazioni di iscrizione, chiediamo di versare interamente all’atto dell’iscrizione la quota di iscrizione e il corrispettivo per la permanenza sul conto corrente dei Bilanci.

Incontro Regionale Bilanci Toscana
INTORNO A NOI
IL MONDO È SEMPRE PIÙ VELOCE E COMPETITIVO.
COME FARE A GESTIRE LE PROPRIE ASPIRAZIONI
DI CREARE UN MODO MIGLIORE E GLI IMPEGNI QUOTIDIANI CHE, CICLICAMENTE, A VOLTE SEMBRA VOGLIANO SOLO
FARCI PERDERE TEMPO?

Quercianella (LI) – 13 – 14 settembre 2008

Intorno a noi il mondo è sempre più veloce e competitivo. Come fare a gestire le proprie aspirazioni nel creare un modo migliore e gli impegni quotidiani che, ciclicamente, a volte sembra vogliano solo farci perdere tempo?
È da questa domanda che il gruppo Bilanci di Giustizia di Firenze ha organizzato il prossimo incontro regionale a Quercianella (LI) il 13 e 14 settembre prossimo.
Il sabato pomeriggio ne parleremo con Francesco e Niva Gesualdi, per condividere con loro l’esperienza del coniugare la passione dell’impegno civico e la cura dei rapporti con chi abbiamo vicino.
La mattina di domenica lavoreremo insieme su questo tema, per poi salutarci nel pomeriggio.
L’incontro regionale è uno strumento per rivedersi e confrontarsi tra bilancisti e non solo, a quelli non toscani, in particolare ci rivolgiamo a quelli di Emilia Romagna e Lazio, con cui avevamo un po’ parlato della cosa nell’ultimo Incontro Nazionale. Speriamo molto di avere presente la Segreteria compresa di eredi a carico.

L’inizio è fissato per le 14,30-15,00 di sabato 14 settembre. Nel pomeriggio ci sarà l’incontro con Francuccio Gesualdi e Niva, poi la cena preparata dalle suore. La sera attività ricreative varie. La mattinata successiva lavoreremo su quanto discusso la sera precedente.
Il pranzo è compreso e preparato sempre dalle suore. Ci salutiamo nel primo pomeriggio.
Aggiungo anche che pensiamo di goderci un pò di sole e il mare (speriamo nel tempo) durante le pause approfittando della spiaggia della casa.

Note Tecniche
L’Incontro si svolge presso la Casa delle Suore di S. Vincenzo (Colonia Asilo, Via Mario Puccini, 68, Quercianella, tel. 0586/491060).
Il treno rappresenta il mezzo pubblico migliore, la casa è a poca distanza dalla stazione di Quercianella, segnalateci se arrivate in treno e a che ora per organizzare i passaggi.

Prezzi:
pensione completa (cena del 14 settembre, colazione e pranzo del 15 + pernottamento) 40 Euro adulti, bambini 6-12 anni 20 Euro, niente sotto i 6 anni.

Quota di iscrizione di 15 ad adulto.
Vi aspettiamo numerosi

La casa è molto bella, e c’è spazio anche per i bambini che saranno seguiti da una signora conosciuta dalle Suore e da altre ragazze.
Per iscrizioni potete contattare Angelo (giambe(at)tin(punto)it) o Liliana (lmolest(at)tin(punto)it) prima possibile e comunque fino a riempimento dei posti (70). Entro il 10/8 vorremmo avere un’idea consolidata.

Angelo, Liliana e il gruppo di Firenze

IN TEMPO DI CRISI
COME BILANCISTI COSA POSSIAMO DIRE
ALL’ECONOMIA FAMILIARE?

Stiamo vivendo periodi di cambiamento. La situazione economica mondiale è in una situazione quanto mai fragile. In questo quadro le famiglie faticano sempre più a fare i conti con il proprio bilancio, da quanto sentiamo parlare di crisi della quarta settimana?
I dati dell’Istat segnalano che, per la prima volta dal 2002, la spesa delle famiglie è diminuita. Le famiglie devono fare delle scelte di consumo e, vista la motivazione, sono scelte al ribasso. Quindi si privilegia l’hard discount e la bassa qualità.
Questo quadro ci viene sempre rappresentato come estremamente grave a causa della recessione economica.
Gerhard Scherhorn in un suo scritto “Gli stili di vita sostenibili sono complessivi “ (vedi Lettera Mensile Maggio 2004) presentava l’esperienza dei Bilanci e definiva come attuare degli stili di vita sostenibili in un orizzonte di aumento dei consumi energetici e di possibile scarsità delle risorse. Offriva anche possibili scenari economici diversi, che attuino il cambiamento verso qualcosa di diverso, ma che non sia catastrofico.
Cosa possiamo dire noi su questa situazione?
Ci sembra che l’esperienza di questi 14 anni di consumo critico e di approfondimento dei temi della giustizia e della sostenibilità ci può far dire qualcosa a chi si accosta per necessità alla riduzione dei consumi.
Proponiamo allora che i bilancisti, vecchi e nuovi, ci mandino le loro esperienze e riflessioni sul tema “Nella contrazione dei consumi, con pochi soldi disponibili, quale valore possiamo mettere noi che facciamo Bilanci da 14 anni?
Tutto quello che ci sarà inviato lo porteremo a conoscenza della Campagna per diventare stimolo collettivo.