Pisa:

Quest’anno per affrontare il tema scelto dalla Campagna e per aiutarci nelle scelte quotidiane abbiamo organizzato un ciclo di tre incontri di formazione sul tessile sostenibile. L’idea è stata quella di partire da una formazione personale,  per poi lavorare ad una mappatura di realtà, aziende, negozi in cui poter trovare abbigliamento sostenibile, eventualmente anche usato.
Abbiamo chiamato per il primo incontro Alberto Saccavini – conosciuto allo scorso incontro nazionale dei Bilanci e apprezzato per la competenza sull’argomento. Alberto ci ha illustrato – partendo dalla attuale realtà economica italiana e globale – per quali motivi un’azienda dovrebbe lavorare sulla sostenibilità dei propri prodotti, quali sono le fasi e i criteri di sostenibilità ambientale per poi terminare con una panoramica dei tessuti – naturali e non – con relativa impronta ecologica.
Riassumere in poche righe le 3 ore e più di incontro non è possibile, e rimandiamo alla sbobinatura dell’incontro che metteremo in condivisione in una prossima lettera mensile.

Alcuni numeri e immagini possano però condensare in modo appropriato alcuni aspetti:

Quale impatto ambientale ha una nostra qualsiasi T-shirt?
ogni anno vengono prodotte circa 2,4 miliardi di t-shirt di cotone (200 gr cadauna)
ogni anno vengono coltivati 24 milioni di tonnellate di cotone
per far crescere il cotone necessario per una singola t-shirt servono:
2000 litri di acqua (7,5 vasche da bagno)
150 gr di sostanze chimiche (globalmente 360.000.000 Kg di pesticidi alias il peso di 11881 carri armati)
per le fasi successive di produzione della t-shirt (quindi per la sbiancatura del cotone, la colorazione, la fase di ammorbidimento….) servono
5000 litri di acqua (corrispondente a 20.000 tazze di thé)
1 Kg e 1/2 di sostanze chimiche, la maggior parte dannose
E dopo che la t-shirt è stata prodotta?
la usiamo e normalmente la laviamo e nel lavaggio utilizziamo il 70 % dell’energia complessiva del processo, oltre a
impattare per un 30-40% rispetto all’utilizzo di acqua.
Il 25% delle sostanze chimiche che erano servite per la colorazione della maglia vengono rilasciate in circolo nella fase di lavaggio.
La T-shirt poi viene buttata via a fine utilizzo e dove va a finire?
Globalmente le fibre tessili buttate – solo nel Regno Unito – sono
1.2 milioni di tonnellate (il peso di 24.000 JumboJet)
di queste solo il 16% vien riciclato

Cosa ci suggeriscono questi numeri? Come per altri capitoli di spesa vale la regola d’oro di acquistare solo quello di cui si ha bisogno. E così non si sbaglia mai!
In caso di acquisto, poi, cercare possibilmente abbigliamento usato oppure abbigliamento fatto con tessuti meno impattanti, possibilmente riciclati, equosolidali e biologici (comprare meno ma comprare meglio), e cercare di allungare la vita media dell’indumento praticando lo scambio di vestiti e regalando i vestiti che non vengono più utilizzati. Anche il riciclo creativo (up cycling) è un’ ottima modalità per aumentare la vita media di un capo di abbigliamento.
Pensiamoci…..

Prossimo appuntamento sabato 14 marzo con Francesco Gesualdi che ci parlerà dei costi sociali di alcune filiere tessili e dei movimenti che lottano per la difesa dei diritti dei lavoratori, in particolare la campagna Abiti Puliti. E poi il 3 maggio alla Festa del Presente (la festa del dono, in cui tutti regalano di tutto) dove come Bilanci di Giustizia proporremo lo “svuotarmadio”, per donare quello di cui non si ha più bisogno e dare nuova vita ad abiti che da lungo tempo giacciono tristi e abbandonati nei cassetti nostri e dei nostri figli….