Educazione Libertaria

Cari bilancisti,
continuo ancora io, con costanza, la condivisione semplice per una pedagogia del cambiamento.

Aspettando sempre volentieri i vostri eventuali contributi.
Alla scoperta del nostro essere oppressi e ospitare -probabilmente- in
noi l’oppressore!
Vi saluto, un abbraccio dal Burkina Faso
Domenico

« Nella misura in cui una struttura sociale si rivela rigida, con
strutture di dominazione, le istituzioni destinate alla formazione
che in esse si costituiranno, saranno necessariamente segnate da
questo clima, che è veicolo dei suoi miti (il « mito del mercato » ad
esempio, per dirla alla don Achille Rossi) e orienta la sua azione
nello stile proprio della struttura.
Le famiglie e le scuole elementari, medie superiori e di livello universitario, che non
esistono per aria, ma nel tempo e nello spazio, non possono sfuggire
alle influenze delle condizioni strutturali obiettive. Funzionano in
gran parte dentro le strutture di dominazione, come agenzie fornitrici
di futuri « invasori ». […] Bambini deformati in un ambiente senza
amore, oppressivo, frustati nella loro potenza di « essere di più»…
più umani, capaci di contribuire a una piena umanizzazione della
società…se non riescono nella gioventù a orientarsi nel senso di una
ribellione autentica, o si adagiano nelle dimissioni complete della
volontà, alienati all’autorità e ai miti che questa autorità usa «per
formarli », o potranno poi assumere forme di azione distruttiva.
L’influenza della famiglie prosegue nell’esperienza della scuola. In
essa gli educandi scoprono presto che, come in famiglia, per
avere qualche soddisfazione devono adattarsi ai precetti stabiliti
verticalmente. E uno di questi precetti è « non pensare ».
Introiettando l’autorità paterna attraverso un tipo rigido di rapporti,
la scuola accentua la loro tendenza –quando divengono dei
professionisti-, di seguire i modelli rigidi in cui si sono formati,
perchè dentro di loro si installa la paura della libertà. […]
Qualunque sia la loro specializzazione che li mette in contatto con il
popolo, la loro convinzione, quasi incrollabile, è che compete loro
«trasferire » o portare o consegnare al popolo le loro nozioni e le
loro tecniche. Vedono se stessi come coloro che promuovono il popolo.
I programmi della loro azione, come qualunque buon esperto in azione
oppressiva indicherebbe, sono l’involucro dei loro obiettivi,
convinzioni e aspirazioni. Il popolo non si deve ascoltare per niente,
« perchè incapace e incolto, ha bisogno di essere educato da loro, per
uscire dall’indolenza che il sottosviluppo provoca ». […] Quando pero’
coloro che subiscono l’invasione, a un certo punto della loro esperienza esistenziale,
cominciano in qualche modo a rifiutare l’invasione a cui in altra
epoca avrebbero potuto adattarsi, gli invasori, per giustificare il
loro fallimento, parlano dell’ »inferiorità » degi linvasi, perchè
«pigri », perchè « ammalati », perchè « ingrati » e a volte anche
perchè « meticci ».
I benintanzionati, cioè quelli che usano «l’invasione » non come ideologia,
ma a causa delle deformazioni del contesto socio-culturale, finiscono per scoprire,
attraverso la loro esperienza, che il loro fallimento non si deve a un’inferiorità
ontologica degli uomini semplici del popolo, ma alla violenza del loro
gesto di invasori.
E’ questo un momento difficile per cui passano
alcuni di coloro che fanno questa scoperta. Sentono la necessità di
dover rinunciare all’azione di invasori, ma i modelli dei dominatori
sono talmente introiettati che questa rinuncia è una specie di morte.
Rinunciare all’atto di invadere significa in un certo modo superare il
dualismo in cui si trovano : dominati da una parte, dominatori
dall’altra. Significa rinunciare a tutti i miti di cui si alimenta
l’azione degli invasori e esistenziare un’azione dialogica.
Significa smettere di essere sopra o dentro come «stranieri», per «essere con»,
come compagni ».

Da La pedagogia degli oppressi di Paulo Freire