La Giornata del Non Acquisto – il contributo di Gesualdi

 
Abbiamo posto alcune domande a Francuccio Gesualdi sul senso – a più di vent’anni dalla nascita, della Giornata del Non Acquisto.
Ecco alcune riflessioni che possono aiutarci a ripensare il nostro contributo di bilancisti.
 

La proposta di una Giornata del Non Acquisto è nata nel 1992 come forma di dissenso verso il consumismo e di riflessione sulle abitudini di consumo e sulla possibilità di fare acquisti secondo criteri di giustizia e sostenibilità. Oggi a distanza di 24 anni  in un periodo di crisi economica e disoccupazione diffusa, ha ancora senso proporre la Giornata del Non Acquisto?
 

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Francuccio: oggi più che mani c’è bisogno di una Giornata del Non Acquisto non solo per ricordare ai nostri concittadini la necessità di rivedere i nostri stili di vita in un’ottica di sostenibilità, equità e rispetto della persona, ma anche e soprattutto per attaccare al cuore un sistema organizzato per produrre   scarto  e degrado a tutti i livelli: umano, sociale e ambientale.

 

In quest’ottica dovrebbero essere soprattutto le vittime a praticare la protesta: i disoccupati, gli emarginati, gli immiseriti, in una parola gli scartati. L’impegno degli ammessi al banchetto che hanno preso consapevolezza delle mostruosità del sistema è lodevole, ma insufficiente. Solo se la loro dissociazione riesce ad intrecciarsi con le lotte intraprese dalle vittime può portare veri frutti, altrimenti è destinata a rimanere buona azione individuale che il sistema usa per autoproclamarsi libero e democratico, mentre   è oppressivo e oligarchico. 

La giornata del Non Acquisto, dunque non va abolita, ma ampliata di significati: non mera protesta contro il consumismo, ma lotta contro i paradigmi del capitalismo (individualismo, profitto, accumulazione, concorrenza, mercato) che produce disuguaglianze, emarginazione, guerre, sopraffazione, distruzione della nostra casa comune. 

 

carta-vita-frontePerché e come proporre di acquistare e consumare di meno? Non è una battaglia persa in partenza in una certa parte del mondo in cui ci si ammala di “shopping compulsivo” e in cui il consumo è diventato un modo per colmare insoddisfazioni e mancanza di beni relazionali?

Francuccio:  Il nostro messaggio non deve essere solo quello di consumare di meno, ma di consumare diverso. E non mi riferisco solo alla necessità di valorizzare il fai da te individuale e di gruppo per promuovere l’idea del lavoro libero contro il lavoro salariato, per valorizzare il locale sul globale, per affermare rifiuti zero contro la società dell’imballaggio. Mi riferisco soprattutto alla necessità di ridefinire i nostri bisogni e di sapersi dare un’organizzazione conseguente.

scontrino-nuovo-gnaIl capitalismo di mercato ci inonda di beni  spesso inutili e dannosi , mentre ci priva dei bisogni fondamentali, perché il suo mestiere è vendere. Ed essendo la compra-vendita un contratto  individuale stipulato con ciascuno di noi, il sistema si concentra sui beni frantumabili alla portata se non di tutti, di molti, e poco gli importa se si tratta di beni spesso inutili e dannosi: ci penserà  la pubblicità a trasformarli in irrinunciabili.  

Ciò che non ci dà sono i beni e servizi di livello superiore: alloggio,  istruzione, cura della persona nelle sue molteplici forme e necessità, di valore così alto da non potere essere acquistati individualmente, ma  goduti solo collettivamente.

Se vogliamo fare breccia nella popolazione, e soprattutto fra le vittime, non dobbiamo più presentarci come quelli che vogliono ridurre , ma come quelli che vogliono migliorare. Una vita di qualità per tutti nel rispetto del pianeta: questo deve essere il nostro messaggio. Ma per riuscire in questo passaggio dobbiamo andare oltre le nostre azioni individuali: dobbiamo occupare lo spazio della politica non inteso come mero tentativo di occupare cariche istituzionali, ma come capacità di sviluppare proposte di sistema.

Ciò che oggi ci manca è un’idea di società che pur disponendo di meno sappia garantire dignità a tutti. Compito difficile forse perché siamo troppo pervasi di mercantilismo. Cerchiamo sempre le soluzioni nel mercato, mentre le soluzioni stanno altrove. La dignità non si garantisce con la compravendita ma col gratuito ed il gratuito non appartiene al mercato, ma alla solidarietà collettiva.

Esistono valide alternative all’ “acquisto” di beni e servizi? esempi concreti ?

consumismoFrancuccio: L’alternativa all’acquisto individuale, basato sul denaro è la gratuità che si avvale di varie forme. La prima ampiamente diffusa e praticata è il fai da te individuale. Quando cuciniamo per i nostri familiari, quando ripariamo la nostra bicicletta, quando pitturiamo la nostra casa,  soddisfacciamo dei   bisogni attraverso il non acquisto.

Un’estensione del non acquisto individuale è il fai da te di piccolo gruppo come possono essere gli orti urbani o i forni di quartiere.

La seconda è la solidarietà collettiva che questo sistema totalmente basato sul denaro esprime attraverso il pagamento delle tasse in cambio di servizi gratuiti ( o quasi)  in caso di bisogno.

La terza è la riappropriazione di beni e servizi comuni da parte dei cittadini. Una pratica in espansione  a giudicare dal numero crescente di amministrazioni locali che stanno emanando regolamenti per affidare piazze, aiuole e piccoli servizi alle cure dirette dei cittadini. Dunque di modi per soddisfare i nostri bisogni in forma alternativa all’acquisto ne esistono molti.

Il problema è un altro: è la nostra volontà di attuarli. Il che ci porta prima di tutto sul piano motivazionale: perché  preferire il non acquisto all’aquisto? Le risposte  possono essere molte, ma prima delle motivazioni personali, come l’autorealizzazione, dobbiamo trovare argomentazioni di tipo oggettivo. Fra quelle che mi vengono in mente: il classismo del mercato che non soddisfa le esigenze dei bisognosi, ma le voglie dei solventi e  la necessità intrinseca delle crescita da parte del mercato. Molte altre ragioni possono essere trovate, ma dobbiamo vedercela contro la nostra pigrizia che ci impedisce di lottare contro i condizionamenti mercantili che imprigionano la nostra mente. Su questo, però, possiamo lavorarci.

 
 
 
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