Elevare la Democrazia

Elevare   la democrazia

“Territorio per territorio, c’è   bisogno di gruppi – comunque li si chiamino, da qualunque mondo provengano,   che siano credenti o non credenti – che si preoccupino di promuovere la   convergenza di tutte le forze aperte alla democrazia, e che queste forze   imparino a convergere sul metodo di praticare la giustizia .”

di Roberto Mancini

Di fronte al rischio che la rappresentazione della realtà,   per esempio quella offerta dalla televisione, finisca per sostituirsi   all’esperienza diretta, impedendo uno sguardo lucido sul reale, è importante   tentare di capire dove sta andando l’umanità.

Un tentativo delegittimato, almeno in questi decenni,   dalla convinzione che le ideologie siano ormai crollate, quando in realtà il   neoliberismo è un’ideologia così subdola da presentarsi come la realtà   stessa, permeando completamente il nostro lessico e il nostro sguardo.   Un’ideologia trionfante, dunque, caratterizzata dalla riduzione della storia   al presente immediato della società, attraverso il nostro concetto di   modernità come mancanza di apertura al futuro. Per cui il moderno sarebbe   solo quello che accade oggi, all’ultimo istante. Ma, se non penso la storia,   non penso neppure la comunità umana: ognuno è murato nel suo particolare   presente. Pertanto, la storia è stata ridotta al presente immediato, la   società a un grande mercato e il grande mercato al mercato   finanziario. Forse, di fronte a una realtà tanto sgradevole, la nostra   grande tentazione è quella di rifugiarci nella nostalgia. I cattolici, per   esempio, anziché rimpiangere il Vaticano II, dovrebbero cercare di coglierne   anche i limiti. Per dirla in maniera più semplice, il Vangelo era più avanti   del Concilio Vaticano II, che, se è apparso rivoluzionario in relazione alla   rigidità dell’istituzione cattolica, è stato tuttavia molto timido, molto   prudente, rispetto alla vita, rispetto al Vangelo. Non c’è, insomma, niente   da rimpiangere, c’è solo da andare avanti. E non si tratta di un fatto   cronologico – si può andare avanti anche da vecchi e rischiare di fermarsi   quando si è giovani – ma è un fatto spirituale: attiene, cioè, alla nostra   capacità di amare, di rinnovare con l’amore la vita e la storia. Il punto   allora non è solo quello di aggiornare l’analisi della realtà, ma di   risvegliare quella coscienza corale, come avrebbe detto Aldo Capitini, senza   cui non ci può essere una comunità umana. Quando la coscienza si addormenta,   quando si fa sviare, la prima cosa che perdiamo è proprio il senso del legame   comunitario e del legame creaturale.

È importante rinnovare questa visione della realtà. Perché   non si può essere fecondi se si resta privi di una visione della realtà,   dell’andamento della storia: ci si aggirerà all’interno della vita sociale   come sonnambuli, sbattendo di qua e di là, senza riconoscere una direzione di   impegno che possa portare frutto. Occorre allora rinnovare la nostra presenza   nella realtà in maniera feconda, per poi portare questa energia nelle   relazioni interpersonali, nel mondo dell’educazione, della politica,   dell’economia, dell’informazione. Anche in quello dell’autoriforma delle   istituzioni religiose, che saranno le ultime a convertirsi. Chi guarda con   speranza a quelle istituzioni come proprio riferimento principale ha   sbagliato direzione: sono le più retrive, le più chiuse al cambiamento, in   quanto si illudono ancora di esercitare un qualche monopolio sul sacro. Che è   il grado massimo di sordità.

LA RIVOLUZIONE DELLA FRATERNITÀ E DELLA SORORITÀ

La prima lettura del reale richiama la riflessione   condotta dalla fisica contemporanea, già a partire dall’Ottocento, rispetto   alla tendenza, che esiste in natura in virtù della seconda legge della   termodinamica, all’entropia, alla morte, al degrado dell’energia. Una   riflessione ripresa poi dall’economista Nicholas Georgescu Roegen, il fondatore   della bio-economia, il papà della teoria della decrescita.

In questo quadro, l’essere umano deve essere un   amministratore parsimonioso, consapevole del fatto che il mondo attuale lo   abbiamo preso in prestito dai nostri figli e dai nostri nipoti, e che dobbiamo   dunque preservarlo. Ma questo non vale solo in rapporto alla natura. Esiste   anche una legge dell’entropia sociale, in base a cui tutto ciò che è   collettivo, che è sociale, che è pubblico, tende molto più facilmente alla   decadenza, alla disgregazione, alla disarticolazione dell’umanità che alla   fioritura di ciò che è collettivamente umano. Si può riuscire ad avere   buoni rapporti, quando va bene, su scala interpersonale, ma oltre quel   confine, al livello di un comune di 10mila persone, di una regione di 7-15   milioni di persone, di una nazione, del mondo intero, ecco, qui le forze   entropiche presenti nella storia entrano prepotentemente in gioco.

Ernesto Balducci o Carlo Molari, con il loro sguardo   attento al divenire della storia, ci ricorderebbero che il cammino   dell’umanità ha un respiro, una cadenza, un ritmo misurabili sui tempi lunghi   e che noi dobbiamo fare la nostra parte nel segmento che abitiamo. È chiaro   che non riusciremo a vedere l’umanità liberata, ma dobbiamo ugualmente fare   la nostra parte. Esiste tuttavia una forza che possa rispondere a questa
entropia sociale che disintegra tutto ciò che è collettivo? Tra quanti   mantengono una posizione critica, il riferimento abituale è ai beni comuni.   Ma, finché non ci riconosceremo come fratelli e sorelle in un legame   originario, evocare i beni comuni è vano, perché si resterebbe comunque   all’interno di una cultura individualistica. Per tutelare i beni comuni,   dobbiamo imparare a rispettare l’altro, a rispettare la diversità dell’altro.

La semantica dell’alterità, malgrado le migliori   intenzioni, è stata prodotta nei secoli, in realtà, proprio dall’incapacità   di vivere il cristianesimo in Europa, di prenderlo sul serio. Nel   cristianesimo evangelico, l’altro è un fratello o una sorella, mentre noi storicamente   abbiamo trasformato il fratello o la sorella in un altro. E, se è un altro,   vuol dire che conta meno di me. La retorica del rispetto e dell’accoglienza è   rimasta priva di tradizione operativa, perché l’altro rimane soltanto   l’altro. Con il cristianesimo, il termine “persona” non indica più la   maschera come nel mondo latino classico, ma l’essere umano vivente dotato di   valore infinito. Salvo sottintendere il primato della persona come il “mio”   primato. La stessa evocazione della Dottrina sociale della Chiesa è vuota   retorica, non avendo portato elementi di cambiamento strutturale, di critica   radicale a tale sistema. Quello che è mancato, e che era indissolubile dal   primato della persona, è la rivoluzione della fraternità. E della sororità,   perché non si può declinare il mondo solo al maschile.

La fraternità è stata vissuta in senso nazionalistico, e   in fondo violento: l’amore di patria. È lì che si è fratelli, sulle trincee.   Oppure si è riconosciuta una fraternità ristretta, monastica, tendenzialmente   settaria. Ma l’altro, a partire dal Medioevo, e poi nella prima modernità, è   rimasto soltanto l’altro, come attesta il dibattito sulla legittimità del   prestito a interesse, quando i cattolici dicevano che agli ebrei si poteva   praticare il prestito a interesse e gli ebrei dicevano lo stesso in relazione   ai cristiani. E la modernità ha via via instaurato questo regime generale   dell’alterità. Ecco perché non viene scalfita tale mentalità quando evochiamo   l’altro: rimaniamo sempre all’interno della stessa semantica.Potremmo invece   declinare la fraternità e la sororità in modo che, da una parte, siano   chiaramente non violente, non nazionalistiche, non particolaristiche, non   settarie e, dall’altra, rispondano veramente ad una logica che vincoli alla   pratica della giustizia.

Un effetto di tale mancata rivoluzione è che noi pensiamo   la giustizia o come una faccenda settoriale che riguarda i giudici, i   tribunali, i processi, o secondo i criteri della retribuzione, secondo il   merito e secondo la colpa. Ma la vera logica della retribuzione è quella   della vendetta, non della giustizia: tanto hai fatto, tanto ti do. La   meritocrazia tanto evocata come fosse la soluzione di questa Italia di   fannulloni e di profittatori è una categoria tipica della cultura della   competizione.

Provate, in una situazione di competizione, a essere voi   stessi: vedrete che non è possibile. Provate a fondarci una convivenza:   esploderà. Quando siamo nati, non è che nostra madre ci abbia detto di   entrare in una competizione per la conquista del cibo: siano stati allevati   all’interno di dinamiche di cura e di cooperazione, non di competizione.   L’idea del merito, invece, è tipica della grammatica della competizione: io   mi sono conquistato, attraverso la mia fatica, il mio impegno, la mia   furbizia, una posizione e tu, se non sei stato altrettanto bravo, devi   restare indietro. È una logica che spezza il legame interumano. Quando   il Concilio ha affermato che la Chiesa è il popolo di Dio, si è trattato di   un passo avanti? Il popolo di Dio è l’umanità intera, anzi, di più, è il   creato. Non è l’insieme dei battezzati. Come facciamo noi a fissare un   perimetro per il popolo di Dio? Tradurre una visione di questo tipo   nella prassi politica è veramente come voler far crescere un fiore sul   cemento. Uno dei tratti più clamorosi della nostra situazione politica è la   mancanza di visione, l’estrema povertà di pensiero anche dei dirigenti di   centrosinistra o di sinistra (degli altri non parliamo neppure).  È   chiaro che non si può dire: «Restiamo fuori dalle istituzioni, così siamo più   liberi», né pensare di gestire un Paese on-line. Non è neppure giusto, perché   resterebbe comunque esclusa una porzione della popolazione.

LA VIA INVERSA

Come è possibile pensare invece di recuperare una visione   che sia condivisa all’interno dello spazio politico? Ripartiamo dall’entropia   sociale a cui accennavo prima. Qual è l’unica forza rinnovabile a cui   possiamo attingere per far fronte a questa tendenza al degrado che è tipica   di ciò che è storico, sociale, pubblico? Aldo Capitini diceva che «la storia   respira a intervalli»: bisognerebbe inserire qualcosa di nuovo nella storia   perché una società intera possa respirare. Ma è talmente raro e abbiamo   sofferto già tante delusioni che ormai la grande tentazione diventa il   ripiegamento nei nostri piccoli gruppi.

L’unica energia a cui possiamo attingere non dobbiamo   cercarla lontano né fuori: è l’umanità. Lévi-Strauss, nel suo libro Tristi   Tropici, diceva che «occorre trovare la via inversa», cioè invertire la   tendenza a questa disarticolazione, a questo degrado della società. L’unica   forza è l’umanità. Un’umanità che possa fiorire per azione di un amore   liberante. So che la parola “amore” suona un po’ retorica. È una di   quelle parole, come “felicità” e “Dio”, così tanto evocate e disattese nella   realtà da provocarci una reazione di diffidenza. Ma io un’altra parola non ce   l’ho. Un amore “liberante”. Aggiungo questo aggettivo perché la riprova di un   amore autentico, l’unico sigillo di autenticità, è quando l’effetto di una   relazione d’amore è quello di liberarci: quando non è una schiavitù, non è un   sacrificio (come dicono le dottrine religiose), non è un peso, ma è una   fioritura della vita. Un amore è vero quando ti libera.L’amore liberante come   energia di umanizzazione non è naturalmente un’energia impersonale, ma passa   attraverso le persone, cioè attraverso qualcuno che fa questa scelta. È un   pregiudizio dell’Occidente razionalista pensare che l’amore sia un’emozione,   un sentimento, una malattia da cui dopo un po’ si guarisce.

L’amore è prima di tutto una forma di vita. E la vita   umana cerca una forma: se resta informe non è umana e se assume una forma   troppo stretta, soffocante, ci provoca infelicità. È la forma di vita   borghese: si sa già quello che si farà dal lunedì al venerdì, il sabato si   farà un’altra cosa, la domenica si vedrà la partita e in estate si farà la   fila in autostrada, mentre a Natale si farà la fila nei negozi per comprare   regali… Non è una forma di vita, è un carcere. La vita umana cerca una forma   che ne faccia trasparire la bellezza, la grande infinita dignità. E questa   forma deve essere così ampia, così liberante, da non soffocarci. Solo l’amore   offre questa possibilità all’interno della condizione umana. Ma come   tradurre questa energia nella prassi politica? Non mi presento parlando   d’amore: troverò altre categorie, altri linguaggi, altre forme di prassi. Ma   il concetto da tradurre è questo.

Finora abbiamo sperimentato fattori di demolizione, di   mortificazione della vita democratica. Pensiamo innanzitutto alla crescita   del capitalismo mondiale.

Ormai abbiamo capito che il capitalismo è antitetico alla   vita democratica. Non è questione di moderarlo, come spesso appare nei   pronunciamenti ecclesiali. Non è una questione di eccessi: è proprio la   logica strutturale di questo sistema che è profondamente atea, nel senso che   è contro l’essere umano, perché lo considera uno strumento, essendo il fine   la riproduzione del capitale. La Bibbia parlerebbe di idolatria. La nostra   variante è che non è neppure più un’idolatria: è un nichilismo radicale.

Già Bonhoeffer, nel ’44, diceva: siamo ormai dei   nichilisti, non adoriamo proprio più niente, pensiamo alla sopravvivenza e   basta. Ecco perché il cambiamento spirituale e culturale è difficile:   non basta cambiare direzione del proprio credere, bisogna ricostruire la   capacità di credere nelle persone. L’essere umano contemporaneo non crede,   non dona qualcosa di sé: si adatta, si iperadatta. Gli psichiatri ci dicono   che l’essere umano contemporaneo è ammalato di iperadattamento: accetta tutto   quello che il sistema decide, lo prende come se fosse un fatto di natura.   Pensiamo al nostro uso della parola “crisi”. Noi la sperimentiamo dal 2008,   ma altri popoli la vivono da decenni o da secoli. Come mai, quando loro   soffrivano la fame e la distruzione, noi pensavamo al boom economico, al   progresso, alla crescita? È solo perché non sapevamo vedere il cammino   dell’umanità. Oggi che noi sperimentiamo il 5% di quello che hanno patito   altri popoli parliamo di crisi. Come poi se la crisi passasse come passa un   temporale.La parola “crisi” è una parola ideologica, la parola giusta è   “fallimento”: è il fallimento di un modello che ha scommesso sul potere e non   sull’amore liberante. E che del potere ha esaltato il modello più puro, più   autoreferenziale, più automatico: il potere del denaro. Perché il denaro   conta più del potere politico, più del potere religioso, più del potere   militare.

Il potere economico stende una cappa planetaria, riuscendo   davvero a passare dentro le coscienze, dentro le istituzioni, dentro i   partiti (figurarsi, per passare qui ci vuole un attimo).La crescita del   capitalismo mondiale è stata accompagnata dall’involuzione dell’Unione   Europea. L’idea della scuola-azienda, per esempio, non l’hanno partorita   Moratti o Gelmini, viene dal Libro Bianco sull’educazione in Europa del   ‘94-‘95. Che dice: primo, bisogna essere competitivi, quindi dobbiamo formare   giovani pronti a lottare nel mercato, dei gladiatori economici; secondo,   dobbiamo formare possibilmente anche dei cittadini. Senza capire che i due   aspetti sono incompatibili e senza vedere che in realtà si tratta di una   truffa, perché tanto il mercato i giovani non li vuole, non è programmato per   l’occupazione. Così, roviniamo le istituzioni educative per un obiettivo che   non è realistico.

E pensiamo all’Italia. Io dato sempre l’involuzione   democratica in Italia dal 1978,    a partire dall’omicidio di Aldo Moro. Poi è venuta   l’epoca del craxismo, che è stata la vera premessa del berlusconismo, poi i   vent’anni del berlusconismo, con conseguente contaminazione dei partiti che   avrebbero dovuto essere alternativi. Non a caso oggi governano insieme; non a   caso il presidente Napolitano dichiara che l’unità nazionale, la capacità di   collaborare, è fondamentale per il futuro del Paese.  È chiaro che per   noi la possibilità di una democrazia effettiva, diffusa, partecipata, si è   ridotta nel tempo  sempre di più, al punto che oggi troviamo normali   cose che vent’anni fa ci sarebbero apparse scandalose. Se una persona che   commette reati e lo fa sistematicamente non è un leader di partito, va in   galera. Se è un leader politico, stiamo a discutere sul fatto che non bisogna   affrontare le questioni politiche per via giudiziaria. Si tratta di una   degenerazione culturale profondissima.E aggiungiamo il conformismo di quasi   tutti gli intellettuali, lo svuotamento delle nostre istituzioni educative e,   soprattutto, l’autoreferenzialità che ha sempre più colpito i partiti, anche   quelli meglio intenzionati, lontanissimi dalla realtà e da una visione di   società.

IL VIAGGIO DELLA DEMOCRAZIA

Come si può riprendere allora il cammino della democrazia?   Non può trattarsi di gesti occasionali, di elementi simbolici, di uno sforzo   di volontà. Se guardiamo alle primavere della storia, tutte rispondono al   criterio che si condensa nella parola che usava Gandhi, svaraj, che   letteralmente significa indipendenza, autogoverno. E che per Gandhi   significava fare i conti con le tendenze distruttive che ci si porta dentro e   che si rischia di veicolare senza neppure accorgersene, soprattutto quando si   pensa di essere dalla parte del bene. Qual è il grande pericolo di quelli che   pure hanno una coscienza critica, quello che si osserva nella sinistra,   quello che si osserva nel mondo religioso? Il settarismo. Quando si pensa che   la propria parte incarna il bene e si guarda dall’alto in basso tutti gli   altri. Svaraj vuol dire invece fare i conti per prima cosa con le proprie   tendenze di automistificazione, di distruzione; ricordare che il male non è   l’altro, che il male è una presenza trasversale, una corruzione della nostra   umanità, delle nostre relazioni che riguarda innanzitutto se stessi: la   saggezza di cambiare se stessi se si vuole veramente cambiare qualcosa del   mondo.

Quali sono le condizioni perché ciò si   realizzi? Prima condizione: sentire la sofferenza che un sistema   ingiusto produce sulle persone e sul mondo naturale. Il primo fattore di   cambiamento è sentire una sofferenza che è intollerabile, ingiusta ed   evitabile.

Seconda condizione: sentirla non solo come mia, ma anche   di altri, a partire da quanti si trovano in condizioni peggiori della   propria. Una sofferenza condivisa, collettiva. Ecco perché parlavo del   sentimento di fraternità o di sororità come un’energia. Quando davvero sento   l’altro come fratello o sorella, questa sofferenza diventa intollerabile. Il   massimo a cui è giunto il nostro sentimento di fraternità è stato invece il   volontariato, che si è arenato nelle secche dell’assistenzialismo.

Terza condizione: vedere, pensare, trovare i passaggi di   un’alternativa. Niente ci obbliga a tenerci questo sistema sociale. Abbiamo   bisogno davvero dell’istituzione delle Borse su scala mondiale? Ci aiutano a   vivere, ci garantiscono diritti, ci fanno sentire più liberi? La lotta per   l’indipendenza è possibile se si sa identificare un potere oppressivo mettendo   in atto le strategie giuridiche, educative, politiche, democratiche per   abbattere le condizioni che lo rendono possibile. Allora, le Borse devono   essere abolite; le banche devono assumere forme cooperative, forme pubbliche,   in cui il credito serva all’economia reale e alle persone; l’intera economia   reale deve essere riorientata. Perché oggi l’economia è diventata la   totalità, mentre la società appare come una variabile dipendente. Occorre   dunque ripensare l’economia reale, per esempio attuando politiche economiche   che premino le imprese a responsabilità sociale ed ecologica e penalizzino   l’azione economica selvaggia che non rispetta né gli altri né la natura. Il   mercato è uno strumento, è possibile orientarlo in altro modo, in vista di   una redistribuzione della ricchezza. Il punto non è: mercato sì-mercato no.   Il punto è che il nostro mercato è pensato sul modello della guerra, della   guerra economica.

Solo per ignoranza si può credere che il capitalismo sia   l’unico modello economico esistente. Esistono almeno altri 7-8 modelli di   economia alternativa, come per esempio l’economia gandhiana della   trusteeship, cioè dell’amministrazione fiduciaria, l’economia di comunità. Il   nostro Adriano Olivetti, nel suo libro L’ordine politico delle comunità, del   ’45, già prevedeva quanto sarebbe stato facile svuotare una democrazia fatta   solo di suffragio universale e formale: la democrazia va integrata, diceva;   occorre un radicamento comunitario, occorre che le forze della conoscenza e   le forze del lavoro concorrano alla democrazia.

Serve allora una sollevazione, che non vuol dire lotta   armata, ma azione che solleva le persone. E che è possibile solo sentendo nel   proprio cuore, nella propria carne, nella propria quotidianità questa   sofferenza inaccettabile. I nostri giovani vivono tale sofferenza, ma manca   loro il riferimento di una parte almeno del mondo adulto. Finché resteranno   isolati e abbandonati in questo deserto, non attiveranno una creatività   politica. Da qui la necessità di ristabilire un’alleanza tra generazioni, tra   i giovani e la parte più critica del mondo adulto.

Certo che la democrazia è fatta di partecipazione, ma   quanto è demagogico risolverla nella partecipazione! Che ci vuole a   manipolare le masse? Insieme alla partecipazione, ci vuole l’educazione. La   democrazia non esiste se non c’è un popolo critico, consapevole. Finché vince   le elezioni il primo che promette di abbassare le tasse, vuol dire che non   c’è popolo. Non è nemmeno questione di meccanismi politici, di legge   elettorale, della presenza di Berlusconi: il fatto è che non c’è il popolo   critico. La democrazia è un viaggio, devo sapere dove andare. Non posso   perdere il senso della direzione, quella visione, che in fondo abbiamo   ricevuto in custodia e in eredità, che è la nostra Carta costituzionale.

La nostra Costituzione è una visione. Il problema è che   resta un testo e non un metodo, non un processo quotidiano, non un’agenda   politica. I partiti o se la inventano, un’agenda politica – pensiamo alla   Lega Nord -, oppure se la fanno dettare dai mercati. Pensiamo invece a un   Paese che faccia della Costituzione la propria agenda politica, che l’assuma   come processo di trasformazione. Se ciò non avviene, le forze   antidemocratiche non devono nemmeno sforzarsi di cambiarla: è sufficiente   eluderla, aggirarla. Facciamo l’esempio dell’articolo 11: l’Italia ripudia la   guerra. Ancora sosteniamo di stare in Afghanistan per una missione di pace.   La pace non c’entra nulla: si ammazza e si viene ammazzati. E le principali   autorità istituzionali ci ricordano la necessità di rifinanziare quella   missione. Oggi sentivo alla radio un esponente del Pd che diceva che gli F35   sono necessari per la sicurezza dello Stato. Finché il Pd assume queste   posizioni – sugli armamenti, sulla patrimoniale, sulla questione del mercato   – è chiaro che restiamo privi della visione di un’alternativa.

DIREZIONI DI CAMBIAMENTO

Vorrei allora indicare le quattro direzioni verso cui   possiamo convogliare le nostre energie, poche o tante che siano.

Prima direzione: il cambiamento della politica. Per me i partiti   sono necessari, ma vanno trasformati, rigenerati: ben venga allora l’impegno   di chi prova a introdurre altre logiche nella vita dei partiti (o dei   sindacati, perché non è che la loro situazione sia migliore). Non è questione   di cambiare leader, per quanto la crescita di una leadership democratica sia   importante.

La cosa ancora più importante è assumere un metodo: quello   della giustizia secondo la dignità e il bene comune. Allora, in qualsiasi   contesto, bisogna porre questioni di giustizia partendo dalle vittime di   questo assetto di convivenza.

Seconda direzione: un impegno per un’altra economia,   valorizzando le esperienze alternative e impedendo che restino isolate. Non   possiamo accontentarci del commercio equo e solidale, della Banca Etica e di   poco altro. Perché, per esempio, il mondo operaio, quello sindacale e quello   delle esperienze di altra economia non si parlano neppure? Perché ancora oggi   i giovani delle facoltà di economia vengono indottrinati al dogma del   liberismo? Dove li troviamo gli economisti critici, se gli studenti vengono   subito drogati da quell’ideologia?

Terza direzione: un impegno per un’altra educazione. Se   non si formano le persone, non si hanno neppure cittadini. Perché allora non   pensare a un grande movimento per la scuola pubblica, per una scuola che sia   educativa, con una didattica capace di ricerca, carica di apertura   interculturale? Vorrebbe proprio dire voler bene al mondo e alle nuove   generazioni. Non fare della scuola un luogo di noia o di selezione sociale   anticipata, come ai tempi di don Milani, quando chi nasceva in una famiglia   povera al massimo poteva andare alle scuole professionali. Ecco, noi stiamo   tornando a questa situazione.

Quarta direzione: un impegno per un’altra informazione.   Non immagino che ciò possa partire dalle grandi concentrazioni editoriali,   dal Corriere della Sera, con la sua velenosa ideologia dell’ordine, della   convivenza nazionale pacifica, del mercato. Ma il cambiamento può partire   dall’informazione locale, territorio per territorio, dove i cittadini possono   verificare se un giornale altera la realtà o è fedele al suo dovere di   informazione. Perché lo strumento informativo, oltre all’uso di internet,   resta per noi uno specchio fondamentale della convivenza che sperimentiamo.

Qual è la conclusione? Che, territorio per territorio, c’è   bisogno di gruppi – comunque li si chiamino, da qualunque mondo provengano,   che siano credenti o non credenti – che si preoccupino di promuovere la   convergenza di tutte le forze aperte alla democrazia, e che queste forze   imparino a convergere sul metodo di praticare la giustizia restituendo   diritti e riattribuendo doveri, che insomma insegnino che la politica non è   una questione di identità, ma di frutti di liberazione e di democrazia.

Il punto non è allora quello di creare un nuovo soggetto   politico. Ce li abbiamo già i soggetti politici. È ora di cambiare metodo, di   imparare a cooperare tra quelli che credono nella democrazia, di imparare   insieme ad assumere un altro sguardo, ad avere il coraggio di una visione   alternativa.

Tutto ciò non rappresenta una ricetta del cambiamento, non   è qualcosa di risolutivo, non è ancora la nascita di una società giusta. Ma,   a partire da qui, possiamo almeno pensare di cominciare a difendere le   vittime di un’economia omicida e di una politica sterile o complice di questo   modello omicida.