Segreteria – Dopo L’incontro Di Bolghieri

segreteria

Dopo L’incontro Di Bolghieri

Dopo l’ Incontro Regionale della Toscana :

– RISORGIMENTO

-RESURREZIONE

-RISORGIMENTO

 

RISORGIMENTO

Carissimi,
so che vi siete ritrovati per riflettere insieme. Il vostro amore per la giustizia, che ben conosco, ha bisogno di essere ogni tanto rinnovato. Come la bellezza, che è nelle cose, ma spesso non la vediamo, come fosse coperta da una patina di polvere. Ecco, forse il vostro compito, oggi, è proprio questo: dare una spolverata al mondo; riguadagnare, come dopo un lungo viaggio, la patria dello stupore.
Sono consapevole dei rischi che corre la vostra mente e il vostro cuore tutte le volte che leggete, ascoltate o vedete le notizie che arrivano da ogni parte del mondo; non può che crescere l’indignazione, il cinismo, la rassegnazione, il desiderio di fuggire o di imboscarsi nelle retrovie.
Per questi motivi, vi rinnovo quegli auguri che uggiosamente mi sentite ripetere:
guardate la bellezza delle cose;
stupitevi della bontà degli uomini;
evitate la facile e sterile indignazione;
tuffatevi per raggiungere il fondo;
resistete alla droga della gratificazione istantanea.
Certo, queste capacità non vengono da sole e non si conquistano senza fatica.
Oggi, a San Guido, è una splendida occasione. Non pensate che il tempo sia poco; non vivete con ansia la giornata come doveste raggiungere chissà che cosa.
Davanti a coloro che dicono “la storia è passata”, voi fate memoria;
davanti a coloro che celebrano riti esclusivi falsificando la memoria di Gesù, voi preparatevi a possedere la terra con la mitezza e il servizio;
davanti a coloro che dicono “la politica fa schifo”, voi rinnovate la responsabilità.
Ho visto persone trasformare la memoria del risorgimento in un gioco, in uno spettacolo vuoto; oppure rifiutare tutto in blocco, strappare il seme buono insieme alla zizzania; per voi non sia così: scegliete un sano patriottismo, l’orgoglio per quei giovani che hanno combattuto affinché altri potessero scrivere pagine più belle.
Ho visto persone trasformare la memoria della resurrezione in un evento fragoroso eppure innocuo, “molto rumore per nulla”; per voi non sia così: ritrovate la memoria sovversiva di quell’evento, spogliandolo dei paramenti sacri, come perenne parabola dell’uomo che si abbassa affinché gli altri, cingendo il suo collo, possano rialzarsi.
Ho visto persone trasformare la resistenza in un colore, in due canzoni, in una sfilata gratificante; oppure recuperare le radici del conflitto anziché l’anelito alla composizione; per voi non sia così: al di là di tutto e senza nascondere niente, riprendete il vostro posto nella polis sentendovi responsabili del presente e del futuro.
Ancora una raccomandazione: rifiutate gli slogan! La profondità dei contenuti vada sempre di pari passo con la moderazione del linguaggio. Non dovete vincere, semmai con-vincere.
Buona traversata.

The catcher in the rye
RISORGIMENTO
http://www.youtube.com/watch?v=_dTLBHcTM8E&feature=related
GIUSEPPE MAZZINI – 23Aprile 1860.

I DOVERI DELL’UOMO
L’avvenire, della Patria è vostro, voi non lo fonderete se non liberandovi da due piaghe che oggi purtroppo, spero per breve tempo, contaminano le classi più agiate e minacciano di sviare il progresso Italiano : il Macchiavellismo e il Materialismo. Il primo, travestimento meschino della scienza d’un Grande infelice, v’allontana dall’amore e dall’adorazione schietta e lealmente audace della Verità : il secondo vi trascina inevitabilmente, con il culto degli interessi, all’egoismo ed all’anarchia.
Voi dovete sottrarvi all’arbitrio e alla prepotenza degli uomini. E nella guerra che si combatte nel mondo tra il Bene e il Male, dovete dare il vostro nome alla Bandiera del Bene e avversare, senza tregua, il Male, respingendo ogni dubbia insegna, ogni transazione codarda, ogni ipocrisia di capi che cercano maneggiarsi fra i due ; sulla via del primo, voi m’avrete, finchè io vivo.
E perché quelle due Menzogne vi sono spesso affacciate con apparenze seduttrici e con un fascino di speranze che solo il culto di Dio e della Verità può tradurre in fatti per voi, ho creduto debito di scrivere, a premunirvi, questo libretto. Io v’amo troppo per adulare alle vostre passioni o accarezzare i sogni dorati coi quali altri tentano ottenere favore da voi.
La mia voce può apparirvi severa e troppo insistente a insegnarvi la necessità del sacrificio e della virtù per altrui. Ma io so, e voi, buoni e non guasti da una falsa scienza o dalla ricchezza, intenderete fra breve, che ogni vostro diritto non può essere frutto che d’un dovere compiuto.
DOVERI VERSO L’UMANITA’
I vostri primi doveri, primi non per tempo ma per importanza e perché senza intendere quelli non potete compiere se non imperfettamente gli altri, sono verso l’Umanità. Avete doveri di cittadini, di figli, di sposi, e di padri, doveri santi, inviolabili, dei quali vi parlerò a lungo tra poco; ma ciò che fa santi e inviolabili quei doveri, è la missione, il Dovere, che la vostra natura di uomini vi comanda. Siete padri per educare uomini al culto e allo sviluppo della Legge di Dio. Siete cittadini, avete una Patria, per potere facilmente, in una sfera limitata, col concorso di gente già stretta a voi per lingua, per tendenze, per abitudini, operare a benefizio degli uomini quanti sono e saranno, ciò che mal potreste operare perduti, voi soli e deboli, nell’ immenso numero dei vostri simili. Quelli che v’ insegnano morale, limitando la nozione dei vostri doveri alla famiglia o alla patria, v’insegnano, più o meno ristretto, l’egoismo, e vi conducono al male per gli altri e per voi medesimi. Patria e Famiglia sono come due circoli segnati dentro un circolo maggiore che li contiene; come due gradini d’una scala senza i quali non potreste salire più alto, ma sui quali non v’è permesso arrestarvi.
DOVERI VERSO LA PATRIA
Senza Patria, voi non avete nome, né segno, né voto, né diritti, né battesimo di fratelli tra i popoli. Siete i bastardi dell’ Umanità. Soldati senza bandiera, israeliti delle Nazioni, voi non otterrete fede né protezione : non avrete mallevadori.
Non v’illudete a compiere, se prima non vi conquistate una Patria, la vostra emancipazione da una ingiusta condizione sociale ; dove non è Patria, non è Patto comune al quale possiate richiamarvi: regna solo l’egoismo degli interessi, e chi ha predominio lo serba, giacché non vi è tutela comune a propria tutela. Non vi seduca l’idea di migliorare, senza sciogliere prima la questione Nazionale, le vostre condizioni materiali : non potete riuscirvi. Le vostre associazioni industriali, le consorterie di mutuo soccorso, sono buone com’opera educatrice, come fatto economico : rimarranno sterili finché non abbiate una Italia.
La Patria non è un territorio; il territorio non ne è che la base. La Patria è l’idea che sorge su quello; è il pensiero d’amore, il senso di comunione che stringe in uno tutti i figli di quel territorio. Finché uno solo tra i vostri fratelli non è rappresentato dal proprio voto nello sviluppo della vita nazionale – finché uno solo vegeta ineducato fra gli educati – finché uno solo, capace e voglioso di lavoro, langue, per mancanza di lavoro, nella miseria – voi non avrete la Patria come dovreste averla, la Patria di tutti, la Patria per tutti. Il voto, l’educazione, il lavoro sono le tre colonne fondamentali della Nazione; non abbiate posa finché non siano per opera vostra solidamente innalzate.
DOVERI VERSO LA FAMIGLIA
Oggi, l’egoismo regna spesso purtroppo e forzatamente nella Famiglia. Le tristi istituzioni sociali lo generano. In una società fondata su spie, sbirri, prigioni e patiboli, la povera madre, tremante ad ogni nobile aspirazione del figlio, è sospinta a insegnargli la diffidenza, a dirgli: bada! l’uomo che ti parla di Patria, di Libertà, d’Avvenire, e che tu vorresti stringerti al petto, non è forse che un traditore.
In una società nella quale il merito è pericoloso, e la ricchezza è la sola base della potenza, della sicurezza, della difesa contro la persecuzione e il sopruso, il padre è trascinato dall’affetto a dire al giovine anelante la Verità: bada, la ricchezza è la tua tutela: la Verità sola non può esserti scudo contro l’altrui forza, contro l’altrui corruttela.
Ma io vi parlo d’un tempo in cui, col vostro sudore e col vostro sangue, avrete fondato ai figli una Patria di liberi costituita sul merito, sul bene che ciascun di voi avrà fatto ai suoi fratelli. Fino a quel tempo, voi purtroppo non avete innanzi che una sola via di miglioramento, un solo supremo dovere da compiere : ordinarvi, prepararvi, scegliere l’ora opportuna e combattere, conquistarvi con l’insurrezione la vostra Italia. Allora soltanto potrete soddisfare senza gravi e continui ostacoli agli altri vostri doveri. E allora, mentr’ io sarò probabilmente sottoterra, rileggete queste mie pagine: i pochi consigli fraterni ch’esse contengono vengono da un cuore che vi ama e sono scritti con la coscienza del vero.
DOVERI VERSO SE STESSI
Voi siete e vi sentite liberi. Tutti i sofismi d’una misera filosofia che vorrebbe sostituire una dottrina di non so quale fatalismo al grido della coscienza umana, non valgono a cancellare due testimonianze invincibili a favore della libertà: il rimorso e il Martirio. Da Socrate a Gesù, da Gesù fino agli uomini che muoiono a ogni tanto per la Patria, i Martiri di una Fede protestano contro quella servile dottrina, gridandovi: «noi amavamo la vita; amavamo esseri che ce la facevano cara e che ci supplicavano di cedere: tutti gl’ impulsi del nostro cuore dicevano vivi ! a ciascuno di noi; ma per la salute delle generazioni avvenire, scegliemmo di morire. Da Caino alla spia volgare dei nostri giorni, i traditori dei loro fratelli, gli uomini che si sono messi sulla via del male, sentono nel fondo dell’anima una condanna, una irrequietezza, un rimprovero che dice a ciascun di essi: perché ti allontanasti dalle vie del bene? Voi siete liberi e quindi responsabili. Da questa libertà morale, scende il vostro diritto alla libertà politica, il vostro dovere di conquistarvela e mantenerla inviolata, il dovere in altrui di non menomarla.
AGLI OPERAI ITALIANI
Perché vi parlo io dei vostri doveri prima di parlarvi dei vostri diritti? Perché, in una società dove tutti, volontariamente o involontariamente, v’opprimono, dove l’esercizio di tutti i diritti che appartengono all’uomo vi é costantemente rapito, dove tutte le infelicità sono per voi, e ciò che si chiama felicità é per gli uomini dell’altre classi, vi parlo io di sacrificio, e non di conquista, di virtù, di miglioramento morale, di educazione, e non di benessere materiale ? È questione che debbo mettere in chiaro prima di andare avanti, perché in questo appunto sta la differenza tra la nostra scuola e molte altre che vanno predicando oggi in Europa; poi, perché questa è domanda che sorge facilmente nell’anima irritata del lavoratore che soffre.
Siamo poveri, schiavi, infelici: parlateci di miglioramenti materiali, di libertà, di felicità. Diteci se siamo condannati a sempre soffrire o se dobbiamo alla nostra volta godere. Predicate il-Dovere ai nostri padroni, alle classi che ci stanno sopra e che trattando noi come macchine, fanno monopolio dei -beni che spettano a tutti. A noi, parlate di diritti: parlate dei modi di rivendicarceli; parlate della nostra potenza. Lasciate che abbiamo esistenza riconosciuta; ci parlerete allora di doveri e di sacrificio. Così dicono molti fra i nostri operai, e seguono dottrine ed associazioni corrispondenti al loro desiderio; non dimenticando che una sola cosa, ed è che il linguaggio invocato da essi si é tenuto da cinquanta anni in poi senz’avere fruttato un minimo di miglioramento materiale alla condizione degli operai.

Nel luglio 1905 Gandhi celebrò il centenario della nascita di Mazzini. Raccontò ai suoi lettori che fino al1870 l’Italia era stata un Paese diviso, come tuttora era l’India. Se era riuscita ad ottenere unità e indipendenza, questo si doveva a una persona: Giuseppe Mazzini. Di lui Gandhi tracciava –nello stile assai semplice e divulgativo che gli era proprio- una breve biografia, sottolineando le molte avversità, la povertà, i rischi personali che avevano contrassegnato la sua vita. Mazzini, scriveva Gandhi, era stato un uomo genuino e buono e un grande patriota. E ancora, un uomo religioso, mai egoista né orgoglioso. “La povertà era per lui un ornamento. Considerava le sofferenze altrui come proprie”. Si era messo al servizio dell’Italia, ma si riteneva cittadino di ogni Paese: “Il suo desiderio costante fu quello di poter vedere ogni nazione grande e unita”. Queste sue qualità avevano finito per guadagnargli l’ammirazione dei suoi avversari di un tempo: “Oggi, l’Italia e l’Europa intera venerano quest’uomo”.
Nel corso della sua vita, Gandhi ritornò spesso a citare Mazzini tra coloro che avevano esercitato su di lui un’importante influenza.
Fra i suoi scritti noti in India attraverso la traduzione inglese, è indubbio che il primato spetti a Dei doveri dell’uomo, che fu tradotto in almeno sei lingue indiane.
Gandhi amava soprattutto il Mazzini dei Doveri dell’uomo, vedeva in lui l’uomo religioso, capace di abnegazione e di sacrificio, teso a conciliare Dio e popolo, fede e amor di patria; il critico di una politica che subordinava i mezzi al fine; il fautore di un’educazione morale del popolo. E ancora, Gandhi apprezzava particolarmente il fatto che in Mazzini l’amor di patria non fosse esclusivo e aggressivo, ma al contrario si accompagnasse alla volontà di unire tra di loro nazioni e popoli liberi. Si può cogliere un’eco mazziniana in questa affermazione di Gandhi: “Il mio patriottismo non è esclusivista. Anzi esso abbraccia tutti. Rifiuto quel patriottismo che mira a prosperare sulle disgrazie altrui e sullo sfruttamento di altri popoli. Il mio concetto di patriottismo, invece, è sempre, in ogni caso, senza alcuna eccezione, in armonia col massimo benessere dell’umanità intera”.

 

Lettera ai figli sul risorgimento italiano

Cari ragazzi,
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RESURREZIONE
http://www.youtube.com/watch?v=DCNQx4HivcM,
cenere in testa e acqua sui piedi.
Tra questi due riti, si snoda la strada della quaresima. Una strada, apparentemente, poco meno di due metri. Ma, in verità, molto più lunga e faticosa. Perché si tratta di partire dalla propria testa per arrivare ai piedi degli altri.
A percorrerla non bastano i cinquanta giorni che vanno dal mercoledì delle ceneri al giovedì santo. Occorre tutta una vita, di cui il tempo quaresimale vuole essere la riduzione in scala.
Pentimento e servizio. Sono le due grandi prediche che la Chiesa affida alla cenere e all’acqua, più che alle parole. Non c’è credente che non venga sedotto dal fascino di queste due prediche. Le altre, quelle fatte dai pulpiti, forse si dimenticano subito. Queste, invece, no: perché espresse con i simboli, che parlano un «linguaggio a lunga conservazione».
È difficile, per esempio, sottrarsi all’urto di quella cenere.
Benché leggerissima, scende sul capo con la violenza della grandine. E trasforma in un’autentica martellata quel richiamo all’unica cosa che conta: «Convertiti e credi al Vangelo».
Così pure rimane indelebile per sempre quel tintinnare dell’acqua nel catino. È la predica più antica che ognuno di noi ricordi. Da bambini, l’abbiamo «udita con gli occhi», pieni di stupore, dopo aver sgomitato tra cento fianchi, per passare in prima fila e spiare da vicino le emozioni della gente.
Una predica, quella del giovedì santo, costruita con dodici identiche frasi: ma senza monotonia. Ricca di tenerezze, benché articolata su un prevedibile copione. Priva di retorica, pur nel ripetersi di passaggi scontati: l’offertorio di un piede, il levarsi di una brocca, il frullare di un asciugatoio, il sigillo di un bacio.
Una predica strana. Perché a pronunciarla senza parole, genuflesso davanti a dodici simboli della povertà umana, è un uomo che la mente ricorda in ginocchio solo davanti alle ostie consacrate.
Miraggio o dissolvenza? Abbaglio provocato dal sonno, o simbolo per chi veglia nell’attesa di Cristo? «Una tantum» per la sera dei paradossi, o prontuario plastico per le nostre scelte quotidiane?
Pentimento e servizio. Binari obbligati su cui deve scivolare il cammino del nostro ritorno a casa.
Cenere e acqua. Ingredienti primordiali del bucato di un tempo. Ma, soprattutto, simboli di una conversione completa, che vuole afferrarci finalmente dalla testa ai piedi.
(Tonino Bello)

Carissimi

Ho spezzato il mio corpo come se fosse pane e l’ho distribuito agli uomini. Perché no? Erano così affamati, e da tanto tempo. (Etty Hillesum)

Cari Hildita, Aleidita, Camilo, Celia ed Ernesto,
se un giorno leggerete questa lettera, sarà perché non sono più tra voi. Quasi non vi ricorderete di me e i più piccoli non ricorderanno nulla.
Vostro padre è stato un uomo che ha agito come pensava e di certo è stato coerente con le proprie idee.
Crescete come buoni rivoluzionari. Studiate molto per poter dominare la tecnica che permette di dominare la natura. Ricordatevi che l’importante è la rivoluzione e che ognuno di noi, da solo, non vale nulla.
Soprattutto, siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo. E’ la qualità più bella di un rivoluzionario.
Per sempre, bambini miei, spero di vedervi ancora. Un bacione e un abbraccio da
Papà
“Poterti smembrare coi denti e le mani,
sapere i tuoi occhi bevuti dai cani,
di morire in croce puoi essere grato
a un brav’uomo di nome Pilato.”

Ben più della morte che oggi ti vuole,
t’uccide il veleno di queste parole:
le voci dei padri di quei neonati,
da Erode per te trucidati.

Nel lugubre scherno degli abiti nuovi
misurano a gocce il dolore che provi;
trent’anni hanno atteso col fegato in mano,
i rantoli d’un ciarlatano.

Si muovono curve le vedove in testa,
per loro non è un pomeriggio di festa;
si serran le vesti sugli occhi e sul cuore
ma filtra dai veli il dolore:

fedeli umiliate da un credo inumano
che le volle schiave già prima di Abramo,
con riconoscenza ora soffron la pena
di chi perdonò a Maddalena,

di chi con un gesto soltanto fraterno
una nuova indulgenza insegnò al Padreterno,
e guardano in alto, trafitti dal sole,
gli spasimi d’un redentore.

Confusi alla folla ti seguono muti,
sgomenti al pensiero che tu li saluti:
“A redimere il mondo” gli serve pensare,
il tuo sangue può certo bastare.

La semineranno per mare e per terra
tra boschi e città la tua buona novella,
ma questo domani, con fede migliore,
stasera è più forte il terrore.

Nessuno di loro ti grida un addio
per esser scoperto cugino di Dio:
gli apostoli han chiuso le gole alla voce,
fratello che sanguini in croce.

Han volti distesi, già inclini al perdono,
ormai che han veduto il tuo sangue di uomo
fregiarti le membra di rivoli viola,
incapace di nuocere ancora.

Il potere vestito d’umana sembianza,
ormai ti considera morto abbastanza
e già volge lo sguardo a spiar le intenzioni
degli umili, degli straccioni.

Ma gli occhi dei poveri piangono altrove,
non sono venuti a esibire un dolore
che alla via della croce ha proibito l’ingresso
a chi ti ama come se stesso.
Sono pallidi al volto, scavati al torace,
non hanno la faccia di chi si compiace
dei gesti che ormai ti propone il dolore,
eppure hanno un posto d’onore.

Non hanno negli occhi scintille di pena.
Non sono stupiti a vederti la schiena
piegata dal legno che a stento trascini,
eppure ti stanno vicini.

Perdonali se non ti lasciano solo,
se sanno morir sulla croce anche loro,
a piangerli sotto non han che le madri,
in fondo, son solo due ladri.

Lettera ai figli sulla resurrezione

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RESISTENZA
http://www.youtube.com/watch?v=V5kfSbYsYuo
Cari amici,
vi vorrei confessare innanzi tutto, che tre volte ho strappato e scritto questa lettera. L’avevo iniziata con uno sguardo in giro, con un sincero rimpianto per le rovine che ci circondano, ma, nel passare da questo argomento di cui desidero parlarvi, temevo di apparire “falso”, di inzuccherare con un patetico preambolo una pillola propagandistica. E questa parola temo come un’offesa immeritata: non si tratta di propaganda ma di un esame che vorrei fare con voi.
Invece dobbiamo guardare ed esaminare insieme: che cosa? Noi stessi. Per abituarci a vedere in noi la parte di responsabilità che abbiamo dei nostri mali. Per riconoscere quanto da parte nostra si è fatto, per giungere ove siamo giunti. Non voglio sembrarvi un Savonarola che richiami il flagello. Vorrei che con me conveniste quanto ci sentiamo impreparati, e gravati di recenti errori, e pensassimo al fatto che tutto noi dobbiamo rifare. Tutto dalle case alle ferrovie, dai porti alle centrali elettriche, dall’industria ai campi di grano.
Ma soprattutto, vedete, dobbiamo fare noi stessi: è la premessa per tutto il resto. Mi chiederete: perché rifare noi stessi, in che senso? Ecco per esempio, quanti di noi sperano nella fine di questi casi tremendi, per iniziare una laboriosa e quieta vita, dedicata alla famiglia e al lavoro? Benissimo: è un sentimento generale, diffuso e soddisfacente. Ma, credo, lavorare non basterà; e nel desiderio invincibile di “quiete”, anche se laboriosa è il segno dell’errore. Perché in questo bisogno di quiete è il tentativo di allontanarsi il più possibile da ogni manifestazione politica. È il tremendo, il più terribile, credetemi, risultato di un’opera di diseducazione ventennale, di diseducazione o di educazione negativa, che martellando per vent’anni da ogni lato è riuscita ad inchiodare in molti di noi dei pregiudizi.
Fondamentale quello della “sporcizia” della politica, che mi sembra sia stato ispirato per due vie. Tutti i giorni ci hanno detto che la politica è un lavoro di “specialisti”. Duro lavoro, che ha le sue esigenze: e queste esigenze, come ogni giorno si vedeva, erano stranamente consimili a quelle che stanno alla base dell’opera di qualunque ladro e grassatore. Teoria e pratica concorsero a distoglierci e ad allontanarci da ogni attività politica. Comodo, eh? Lasciate fare a chi può e deve; voi lavorate e credete, questo dicevano: e quello che facevano lo vediamo ora, che nella vita politica – se vita politica vuol dire soprattutto diretta partecipazione ai casi nostri – ci siamo stati scaraventati dagli eventi.
Qui sta la nostra colpa, io credo: come mai, noi italiani, con tanti secoli di esperienza, usciti da un meraviglioso processo di liberazione, in cui non altri che i nostri nonni dettero prova di qualità uniche in Europa, di un attaccamento alla cosa pubblica – il che vuol dire a sé stessi – senza esempio forse, abbiamo abdicato, lasciato ogni diritto, di fronte a qualche vacua, rimbombante parola? Che cosa abbiamo creduto? Creduto grazie al cielo niente, ma in ogni modo ci siamo lasciati strappare di mano tutto, da una minoranza inadeguata, moralmente e intellettualmente.
Questa ci ha depredato, buttato in un’avventura senza fine; e questo è il lato più “roseo”, io credo: Il brutto è che le parole e gli atti di quella minoranza hanno intaccato la posizione morale; la mentalità di molti di noi. Credetemi, la “cosa pubblica” è noi stessi: ciò che ci lega ad essa non è un luogo comune, una parola grossa e vuota, come “patriottismo” o amore per la madre in lacrime e in catene vi chiama, visioni barocche, anche se lievito meraviglioso di altre generazioni. Noi siamo falsi con noi stessi, ma non dimentichiamo noi stessi, in una leggerezza tremenda. Al di là di ogni retorica, constatiamo come la cosa pubblica sia noi stessi, la nostra famiglia, il nostro lavoro, il nostro mondo, insomma, che ogni sua sciagura è sciagura nostra, come ora soffriamo per l’estrema miseria in cui il nostro paese è caduto: se lo avessimo sempre tenuto presente, come sarebbe successo questo? L’egoismo – ci dispiace sentire questa parola – è come una doccia fredda, vero?
Sempre tutte le pillole ci sono state propinate col dolce intorno; tutto è stato ammantato di rettorica. Facciamoci forza, impariamo a sentire l’amaro; non dobbiamo celarlo con un paravento ideale, perché nell’ombra si dilati indisturbato. E’ meglio metterlo alla luce del sole, confessarlo, nudo scoperto, esposto agli sguardi: vedrete che sarà meno prepotente. L’egoismo, dicevamo, l’interesse, ha tanta parte in quello che facciamo: tante volte si confonde con l’ideale. Ma diventa dannoso, condannabile, maledetto, proprio quando è cieco, inintelligente. Soprattutto quando è celato. E, se ragioniamo, il nostro interesse e quello della “cosa pubblica”, insomma, finiscono per coincidere. Appunto per questo dobbiamo curarla direttamente, personalmente, come il nostro lavoro più delicato e importante. Perché da questo dipendono tutti gli altri, le condizioni di tutti gli altri. Se non ci appassionassimo a questo, se noi non lo trattiamo a fondo, specialmente oggi, quella ripresa che speriamo, a cui tenacemente ci attacchiamo, sarà impossibile. Per questo dobbiamo prepararci. Può anche bastare, sapete, che con calma, cominciamo a guardare in noi, e ad esprimere desideri. Come vorremmo vivere, domani? No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere!
Ricordate, siete uomini, avete il dovere se il vostro istinto non vi spinge ad esercitare il diritto, di badare ai vostri interessi, di badare a quelli dei vostri figli, dei vostri cari. Avete mai pensato che nei prossimi mesi si deciderà il destino del nostro Paese, di noi stessi? Quale peso decisivo avrà la nostra volontà se sapremo farla valere? Che nostra sarà la responsabilità, se andremo incontro ad un pericolo negativo. Bisognerà fare molto. Provate a chiedevi in giorno, quale stato, per l’idea che avete voi stessi della vera vita, vi pare ben ordinato: per questo informatevi a giudizi obbiettivi. Se credete nella libertà democratica, in cui, nei limiti della costituzione, voi stessi potreste indirizzare la cosa pubblica, oppure aspettare una nuova concezione, più egualitaria della vita e della proprietà. E se accettate la prima soluzione, desiderate che la facoltà di eleggere, per esempio sia di tutti, in modo che il corpo eletto sia espressione diretta e genuina del nostro Paese, o restringerla ai più preparati oggi, per giungere ad un progressivo allargamento? Questo ed altro dovete chiedervi. Dovete convincervi, e prepararvi a convincere, non a sopraffare gli altri, ma neppure a rinunciare.
Oggi bisogna combattere contro l’oppressore. Questo è il primo dovere per noi tutti: ma è bene prepararsi a risolvere quei problemi in modo duraturo, e che eviti il risorgere di essi ed il ripetersi di tutto quanto si è abbattuto su di noi.
Termino questa lunga lettera un po’ confusa, lo so, ma spontanea, scusandomi ed augurandoci buon lavoro.

GIACOMO ULIVI
Di anni 19 – studente di terzo anno alla facoltà di legge dell’Università di Parma – nato a Baccanelli San Pancrazio (Parma) il 29 ottobre 1925 -. Dal febbraio 1944 è incaricato dei collegamenti fra il C.L.N. di Parma ed il C.L.N. di Carrara nonché con ufficiali inglesi – collabora all’avvio ed all’organizzazione di renitenti alla leva sull’ Appennino tosco-emiliano – cat- turato una prima volta 1’11 marzo 1944, riesce a fuggire rifugiandosi a Modena, mentre la madre viene anch’essa arrestata e sottoposta ad interrogatori e minacce – riprende il lavoro organizzativo – è catturato una seconda volta dai tedeschi nei dintorni di Modena – riesce ancora a fuggire -. Catturato una terza volta il 30 ottobre 1944 in Via Farini a Modena, ad opera di militi delle Brigate Nere – tradotto nelle carceri dell’Accademia Militare – torturato -. Dapprima amnistiato, poi fucilato per rappresaglia il mattino del 10 novembre 1944, sulla Piazza Grande di Modena, da plotone della G.N.R., con Alfonso Piazza e Emilio Po -Medaglia d’ Argento al Valor Militare.
(Lettera scritta agli amici fra il secondo e l’ultimo arresto.)
« Una mattina mi son svegliato,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
Una mattina mi son svegliato
e ho trovato l’invasor.

O partigiano, portami via,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
O partigiano, portami via,
ché mi sento di morir.

E se io muoio da partigiano,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
E se io muoio da partigiano,
tu mi devi seppellir.

Mi seppellirai (Mi porterai) lassù in (sulla) montagna,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
Mi seppellirai(Mi porterai) lassù in (sulla) montagna
all’ombra di un bel fior.

E (Tutte) le genti che passeranno
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
E (Tutte) le genti che passeranno
Ti diranno «Che bel fior!»

«È questo il fiore del partigiano»,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
«È questo il fiore del partigiano
morto per la libertà!» »

Lettera ai figli sulla Resistenza
http://www.youtube.com/watch?v=dVtqcCO_t_I
COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA
Art. 4.
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.