Maggio 2002

BILANCI DI GIUSTIZIA

LETTERA DI INFORMAZIONE TRA GLI ADERENTI ALLA CAMPAGNA BILANCI DI GIUSTIZIA

N° 67 – MAGGIO 2002

 Incontro referenti del 18 maggio 2002

L’incontro dei referenti del 18 maggio a Bologna ha avuto una nutritissima partecipazione, erano rappresentati da referenti e simpatizzanti le seguenti località: TrevisoVal d’Illasi, Verona, Mestre, Brescia, Pordenone, gruppo di BolognaFidenza, Vigevano, Chieti, Udine, Carpi, Padova, Valdarno Superiore, Novara, Milano, PaviaFirenze, Trieste, Cremona e Torino.

Accogliamo con gioia la nuova nascita di un nuovo gruppodei Bilanci: quello del Valdarno Superiore!!

 Come avevamo preannunciato è stato con noi padre Alex Zanotelli, nonostante i turbinosi impegni di questo suo primo periodo in Italia si è fermato tutta la giornata, questo ha reso il nostro incontro veramente speciale!!!!

 All’inizio p. Alex ci ha offerto una riflessione sul capitolo 13 dell’Apocalisse. Data la ricchezza del suo intervento pensiamo di farlo diventare patrimonio per la riflessione di tutti i bilancisti, quindi invieremo la trascrizione del suo intervento in una delle prossime lettere.

Vi riportiamo ora solo alcune provocazioni che ci ha proposto durante la giornata. Partendo dall’Apocalisse ha sottolineato più volte l’importanza di celebrare alcuni momenti importanti e in particolare i momenti di incontro. Il celebrare consente, attraverso la condivisione di alcuni simboli, di creare e rafforzare la comunità. Si è stupito che nei laboratori dell’incontro annuale per il momento non ne sia previsto neanche uno rivolto alla spiritualità. Per p. Alex è centrale recuperare questa dimensione in uno stile di vita secondo giustizia che si ponga come alternativa a quello proposto dal sistema economico dominante, che tende a farcela dimenticare ponendo solo l’accento sulle cose materiali.

Cooperativa CAES

È seguito l’intervento di Marco Grassi della CAES (Cooperativa Assicurativa Etico Solidale) che ci ha illustrato il lavoro della cooperativa, sottolineando anche la difficoltà ad operare in un campo quasi impermeabile alle istanze etiche come è quello delle assicurazioni. Purtroppo per una serie di nodi ancora irrisolti né la CAES né nessun’altra assicurazione in Europa, può definirsi “assicurazione etica” ma solo assicurazione eticamente orientata. Il tentativo di introdurre criteri di giustizia in questo campo è fondamentale visto che, come Marco ha sottolineato, le compagnie di assicurazioni sono tra i maggiori investitori (speculatori?) nella finanza mondiale grazie ai premi che riscuotono (soprattutto con alcuni prodotti tipo le polizze vita e i fondi d’investimento).

La CAES si propone come interlocutore privilegiato per il terzo settore, infatti oltre alle polizze RC auto, ha sviluppato una serie di prodotti assicurativi rivolti a queste associazioni e cooperative. Il dibattito è stato molto vivo, ed è quindi molto utile che la CAES partecipi con uno stand all’incontro annuale, per illustrare con più completezza il problema. Oltre allo stand organizzerà anche tre incontri venerdì 30 agosto, questo può essere il primo passo per addentrarci nel nuovo tema dell’anno prossimo: la finanza etica. Nell’attesa si possono trovare altre informazioni sul sito www.cooperativacaes.it

Tesi di laurea sui bilanci

Giuseppe Feola, laureando in sociologia a Milano con una tesi sui Bilanci di Giustizia, chiede la disponibilità a famiglie e single bilancisti per realizzare interviste centrate sul rapporto con il tempo. Chi fosse disponibile può contattarlo via email (unclepep@hotmail.com) specificando l’indirizzo, la composizione del nucleo familiare e la disponibilità indicativa per l’incontro. I  bilancisti  “selezionati”  verranno richiamati rapidamente da Giuseppe.

Incontro annuale

 L’idea che ha ispirato l’incontro annuale è quella di creare un clima di condivisione serena con tempi vivibili. In questa prospettiva i laboratori, momento centrale dell’incontro, sono l’occasione di offrire e partecipare agli altri le nostre abilità. Non è che si debbano cercare chissà quali cose straordinarie e/o stravaganti, basta che ciascuno offra qualche pezzo della propria vita e delle proprie competenze agli altri.

 Un breve riassunto del programma:

Venerdì 30 agosto

Ore 12 accoglienza e pranzo

Nel pomeriggio visita agli stand e giochi per conoscerci meglio

Ore 19 cena

Ore 20.30 spettacolo di danze popolari

Sabato 31 agosto

Tutta la giornata (dalle ore 9.30) sarà dedicata ai laboratori

Pranzo e cena previsti alle ore 13 e 19

Ore 20.30 spettacolo Gufo Buffo

Domenica 1 settembre

Mattinata plenaria

Ore 13 pranzo

Ore 15 conclusione e saluti

Ore 15.30 Messa

Venerdì ci sarà il tempo per i saluti e per visitare gli stand, che comunque resteranno aperti tutti e tre i giorni dell’incontro. Sono previsti stand sulla finanza etica, sul commercio equo, Pagine Arcobaleno, servizio civile, GAS, A come Acqua,  della CAES e del gruppo di Treviso con il loro lavoro sui rifiuti domestici.

Il sabato sarà dedicato ai laboratori con uno scambio di conoscenze, competenze e idee tra bilancisti. Sarà possibile partecipare a due laboratori, uno al mattino e uno il pomeriggio. Anche per i bambini dai 4 ai 14 anni, divisi in fasce d’età,  sono previste delle attività specifiche. I ragazzi delle superiori parteciperanno alle attività proposte agli adulti.

 Laboratori  per  adulti

Vegetarianesimo:  dalla teoria alla pratica, preparazione della cena di sabato (Verona)

Manutenzione: piccoli lavori di manutenzione casalinghi (Val d’Illasi e Treviso)

Il tempo dei bambini: autogestione familiare per spazi di aggregazione, condivisione e divertimento (Torino)

Tessitura: dalla tessitura su telaio alla tintura delle stoffe (Ivrea)

Andar per erbe: riconoscimento, raccolta e utilizzo delle erbe spontanee (Ivrea)

L’orto sul balcone: principi di coltivazione e concimazione di alcune piante ortive, fruttifere e aromatiche e lotta  contro i  parassiti (Chieti)

Allattamento: consigli pratici, sostegno e condivisione di esperienze sull’allattamento al seno (Trieste)

Maternità e paternità : condivisione di esperienze teoriche educative (Valdarno superiore)

Maternità e paternità: condivisione di esperienze pratiche, pannolini e dintorni  (Verona)

Informatica sostenibile: come evitare le insidie della grande rete, compresi i virus che circolano su email, e come e perché passare da Microsoft a Linux (NON sono previste esercitazioni sul posto!) (Novara)

Detersivi: autoproduzione detersivi per la casa (Novara e Padova)

Saponi & Co: autoproduzione prodotti per l’igiene personale (Treviso)

Giocoleria: per divertirsi e imparare a fare i  “giocolieri”  con palline, clavette & co. (Firenze)

Falegnameria: costruzioni e giochi con il legno (Milano)

Spiritualità: lettura della Bibbia a partire dalla consapevolezza che si è dentro al dominio del mercato (don Gianni)

Azione politica: come tradurre l’esperienza bilancista in azione politica (Quarrata)

Il gruppo di Torino per preparare il suo laboratorio sta raccogliendo informazioni su esperienze vissute come
singole famiglie o come gruppi in cui siano stati realizzati progetti specifici di animazione rivolti ai propri bambini. Nel caso ne foste stati direttamente coinvolti o foste venuti a contatto con esperienze interessanti ci sarebbe utile che ce li illustraste tramite: e-mail alberto.sella@gbeitaly.it oppure Alberto e Laura Sella (la segreteria ha tutti i nostri dati).

Domenica nell’incontro plenario verrà concluso il tema dell’acqua presentando il dossier che testimonia il lavoro fatto in questo anno dalle famiglie.

Verrà lanciato il prossimo tema offerto al lavoro comune: “A QUALI CONDIZIONI LA FINANZA E’ DAVVERO ETICA?”      Francesco Terreri sarà con noi per presentarci questo argomento. La sfida che questo tema ci pone è interrogarci su come i Bilanci possano entrare come coscienza critica in questo aspetto economico.

I pieghevoli con il programma completo sono stati consegnati ai referenti,  se ve ne servono degli altri potete richiederli in segreteria.

Sul sito dei Bilanci saranno presenti il programma e tutti gli aggiornamenti, e anche i laboratori aggiornati con le nuove proposte che arriveranno dai gruppi.

Note tecniche:

Baby-sitter: dal pomeriggio del venerdì a mezzogiorno di domenica è previsto un servizio baby-sitter per bambini da 1 anno in poi

Pasti: il gruppo di Torino fornirà le bevande calde e il pane per le colazioni, torte, marmellate, ma sono graditi dolci e conserve portate dai partecipanti. Ricordatevi di specificare nella scheda le vostre scelte per i pranzi e le cene. Invitiamo tutti a portare da casa le stoviglie per evitare i prodotti usa e getta.

Messa: chi desidera partecipare all’animazione è invitato a portare chitarre, flauti, tamburelli, etc…”accordarsi” con il gruppo di Ivrea che ne cura l’organizzazione: Roberto Gallina amizade@libero.it

L’iscrizione all’incontro annuale deve arrivare in segreteria esclusivamente sui moduli prestampati inviati via FAX allo 0415388190 (oppure via posta) allegando la ricevuta del versamento della quota di iscrizione entro il 30 giugno.

La scelta dei laboratori va comunicata con l’iscrizione.

La quota va versata sul c.c.p. 14643308 intestato a Gianni Fazzini, via Trieste 82/c, 30175 Venezia-Marghera, specificando i vostri dati e la causale (iscrizione incontro annuale).

La quota da versare a giugno è solo quella di iscrizione, i soldi per le notti e per i pasti si pagheranno sul posto.

Per chi non l’avesse ancora ricevuta inseriamo in fondo alla lettera la scheda di iscrizione all’incontro.

Suggerimenti per l’estate

Con l’estate di solito aumenta anche il così  detto “tempo libero” vogliamo offrirvi quindi degli spunti di riflessione da sfruttare con calma nei prossimi mesi. La prima proposta è l’intervento che Armido Rizzi ha fatto all’incontro annuale di Camaldoli l’anno scorso…..buona lettura!!!!!

Per aiutarvi a programmare le vacanze inviamo anche la lista aggiornata dell’ospitalità.

BILANCI DI GIUSTIZIA – mensile.  Numero 2/02 – Maggio 2002

Proprietario-editore: coop.Mag-Venezia v.Trieste 82/c – 30175 Marghera (VE)

Dir.resp.: Andrea Semplici

Redazione: c/o Mag-Venezia

Stampato in proprio e pubblicato in Marghera 4 giugno 2002

Autorizzazione del tribunale di Venezia n°1417 del 5-4-02

Sped. In A.P. art.2 comma 20 lett.c legge 662/96 filiale di Venezia

Desideri di nuove relazioni con le cose  – Armido Rizzi

Io ho tante ricchezze: qualche volte mi scappa di dire che sono un povero, poi mi correggo subito e mi vergogno d’averlo fatto, perché i poveri sono poveri davvero, su tutti i piani. Io sono uno squattrinato, non un povero. È una cosa ben diversa.

Quello che volevo dire subito è che sono molto contento di essere qui, sia perché sono con voi, sia perché questo capannone mi richiama le Feste dell’Unità ed io mi trovo perfettamente a mio agio, essendo un vecchio “catto-comunista”. Tra l’altro, la strada qui di fronte si chiama Via Gramsci: più di così… Voi capite già che l’uso del termine “catto-comunista” dice che il mio luogo in qualche modo è nelle giunture, in quelle anche scomode – in questo caso quelle della politica, ma fare politica non è il mio mestiere. La riflessione che riproporrò, a partire da quello che dico e scrivo, è situata in due di queste giunture, in questi luoghi d’incontro: la prima è quella tra la coscienza credente e la coscienza laica.

Io sono un teologo, teologo cattolico, anche se preferisco dirmi teologo cristiano, perché sono ecumenico. Faccio quindi parte della coscienza e della comunità credente, di quella coscienza e di quella comunità nello specifico cresciute dentro la tradizione ebraico cristiana, che, ci tengo a sottolinearlo, è un’unica tradizione di fede, anche se con questo non voglio dire che il cristianesimo sia l’ebraismo. D’altra parte, il mio lavoro dallo scorso dicembre è rivolto a trovare quel punto di congiunzione – e non è così difficile – in cui la coscienza credente incontra la coscienza laica, e questo sarà anche il fuoco della mia presentazione sul rapporto con le cose. Quel punto di congiunzione è costituito dalla coscienza giusta. Il mio lavoro consiste dunque nel leggere le scritture della Bibbia, che considero Parola di Dio, alla luce del sentimento della giustizia. Badate che con giustizia non intendo solo quella sociale: posso essere un grande animatore di temi sociali e poi essere un emerito stronzo nelle mie relazioni personali, per esempio nella mia famiglia.

D’altra parte, basta leggere la realtà alla luce delle scritture, le quali in fondo sono tutte un grande racconto di cosa vuol dire essere giusti, una grande sinfonia sulla coscienza giusta. Io mi rifarò perciò, seppure sobriamente, ad alcuni passi biblici, che il credente che è in mezzo a voi potrà ascoltare anche come parola di Dio e il non credente semplicemente come una proposta di riflessione sapienziale.

C’è poi un altro punto di incontro, un’altra giuntura alla quale tengo molto: ed è che sono un teologo. Uno di voi ieri mi ha chiesto se fossi un giornalista: mi è corso dietro la schiena un brivido di freddo… Altro che un giornalista! Appartengo a quella categoria di persone che cercano di spaccare il capello in quattro, anche se non sempre mi riesce. Intendo dire che credo nel valore del pensare in maniera possibilmente rigorosa, specialmente in un mondo in cui ci si guarda bene dallo spaccare i capelli in quattro, anzi, tanto più li si arruffa tra loro, tanto più si crea fumo e nebbia e confusione, tanto meglio è.

Perché il cosiddetto “pensiero unico” non è altro che mancanza di pensiero. Perché il pensiero unico è così bravo che non è affatto unico, ma continua a sbandierare che ognuno ha il suo pensiero, ha la sua verità. Parla di multiculturalismo, ma intende con ciò che ciascuno si senta legittimato a fare quello che vuole, e questo è uno dei trucchi del pensiero unico in cui si casca facilmente.

Ecco perché io credo che sia importante pensare. D’altra parte, io non penso all’interno dei luoghi deputati ufficialmente al pensiero, i cosiddetti luoghi accademici: non insegno né in un’università laica né in un’università ecclesiastica. Il luogo dentro il quale, da circa trentacinque anni, cerco di pensare è il luogo della vita vissuta e, in particolare, di quella vita vissuta che prova a disegnare spazi alternativi all’interno di quello che oggi si chiama “pensiero unico”.

Si tratta quindi di pensare nel senso di esplicitare quel pensiero che è già implicito in ciascuno, perché nessun umano vive senza pensare in qualche modo. É quel pensare che prende il nome di sapienza, dal latino sàpere, che vuol dire aver sapore. È dunque un sapere e un sàpere, un sapere che ha anche gusto: il sapore di vivere. Ma è un gusto non puramente emotivo, perché porta dentro di sé una percezione di che cos’è la realtà. Una percezione che può essere giusta o sbagliata, certamente, così che anche l’insipienza è un modo di sapere.

Ecco allora che, all’interno di quelli che io considero spazi di sapienza, ripeto, spazi alternativi, io mi sento un intellettuale semi-organico – perché faccio altre cose, scrivo anche su riviste “serie” – a quei modi di vita di cui anche voi siete una parte, assieme a tanti altri.

Le belle cose dette ieri da Christopher Baker sul tempo mi dispensano dall’affrontare questo aspetto, che è uno dei motivi sui quali torno spesso, quindi mi limiterò proprio al rapporto con le cose. Già dal resoconto dei lavori di ieri sono venuti fuori molti elementi interessanti e meritevoli di essere pensati. Io non aggiungerò altri spunti, offrirò invece un quadro dove mi pare sia possibile sistemare e organizzare mentalmente quelle esperienze e quei germi di pensiero che già sono presenti nel vostro vivere . Un contenitore riflessivo, da costruire, dentro cui mettere le vostre riflessioni più puntuali, quelle più direttamente legate all’esperienza.

Sul tempo, però, non posso far a meno di ricordare un piccolo aneddoto, perché debbo mantenere una promessa. Alcuni anni fa, parlando a Verona sul tempo, distinguevo quello oggettivo, per intenderci quello dell’orologio, per cui un’ora è un’ora, da quello vissuto dal soggetto, per cui un’ora può essere di volta in volta lunghissima o brevissima. Alla fine del mio intervento, un signore, più o meno della mia età, si alzò a dire: “Vorrei recitare due brevissimi versi che ho scritto molti anni fa, per vedere se ho capito bene.”. I versi erano questi: “Lunga come un semaforo rosso/ breve come la notte passata con te”. Io dissi: “Guardi, ogni volta che parlerò del tempo, citerò questi suoi due versi, perché hanno detto precisamente che cos’è il tempo soggettivo, che è poi il tempo che veramente conta.”.

Ma passiamo alle cose. C’è una linea di pensiero, che è sia classica sia cristiana-medievale, la quale distingue tre tipi, tre livelli o tre modalità di bene: quello utile, quello gradevole o piacevole – in latino “delectabile” – e quello “onestum”, che io tradurrei con “il bene giusto”.

Se trasferiamo ai beni questa triplice prospettiva sul bene, sembra che ci siano dei beni utili, dei beni piacevoli e… dei beni giusti. Cercherò di farvi vedere – e in questo consiste la mia proposta di riflessione – che invece non esistono beni giusti, ma esiste una prospettiva del bene giusto secondo la quale godere dei beni utili e dei beni piacevoli o gradevoli. Ovvero che il nostro rapporto con le cose dev’essere comandato – non ho nessuno scrupolo ad usare questa parola – dal senso del bene giusto. Perché anche nelle cose utili, nelle cose fruibili c’è questa dimensione dell’esser giusti, dell’avere una dignità, una dimensione che va rispettata e con la quale bisogna fare i conti.

D’altra parte, anche la distinzione tra strumenti e cose da godere è corretta, però non così forte da costituire due classi completamente distinte l’una dall’altra, tant’è vero che ci sono cose sia utili che belle. E questo non solo da oggi: la storia della costruzione degli

edifici è un esempio di come insieme al carattere fondamentale dell’edificio, che è quello dell’utilità – riparare dalle intemperie ecc. – si sia sempre o quasi sempre affiancato un minimo di senso estetico, almeno da quando l’uomo è uscito dalle caverne, che esistevano già, e ha iniziato a costruirsi le sue prime capanne. Allora, si potrebbe anche dire che non c’è nessun bene solo utile e nessun bene solo bello, però, di fatto, la distinzione tiene.

Gli strumenti sono cose di cui noi ci serviamo per raggiungere un certo scopo, quindi cose la cui natura o la cui ragion d’essere non è dentro di loro, ma è in ciò che noi vogliamo attraverso di loro ottenere. Essi vanno dai più semplici utensili, come il cucchiaio o la forchetta, a quelle grandi protesi della mano umana che sono i robot, oppure al mouse, che è invece molto piccolo, ma ha rivoluzionato il modo di usare i computer, oppure ancora a quelle orribili protesi, quegli orribili strumenti di distruzione che sono le armi atomiche.

Che cosa dire sugli strumenti dal punto di vista di una prospettiva di bontà, di bene non solo utile ma giusto, dal punto di vista della coscienza giusta?

La prime cose che saltano all’occhio, ed è un’osservazione tutt’altro che originale, sono il processo di obsolescenza delle cose – vale a dire il fatto che esse diventino abituali, “obsolet”, la solita solfa – e la rapidità con cui questo avviene, la rapidità con la quale le cambiamo anche quando non sarebbe affatto utile farlo.

Io abito a Fiesole, vicino a Firenze, in una casa in cima alla collina che varrà dai tre ai quattro miliardi. Ci sono capitato perché la casa fu donata da una vedova ai Servi di Maria affinché ne facessero un luogo di incontri e di ospitalità, e questi ventitré anni fa mi chiesero di continuare lì un’esperienza che avevo iniziato a Milano nel ’68 con alcuni giovani.

Poco lontano dalla casa c’è una villa che di miliardi ne varrà almeno quindici e che è stata acquistata da Paolo Fresco, amministratore generale della FIAT. La famiglia che vi abitava prima di lui era certamente ricca se possedeva una casa simile, tant’è vero che poteva anche permettersi di mantenere alle sue dipendenze un giardiniere che curasse il grande giardino che attornia la villa. Però è bello accorgersi di come quelle persone avessero il sentimento del “non buttare via” le cose. Per esempio, quando i vasi di fiori si rompevano, venivano ricuciti col fil di ferro in modo da poterli usare ancora. Chi ancora oggi sarebbe disposto a farlo?. Da chi portare il vaso da far ricucire? Certo, lo si potrebbe incollare… ma quando si rompe un vaso in casa mia, mia moglie va al negozio e ne compra un altro …

Noi siamo immersi dentro questa logica dell’obsolescenza, che non è propria degli oggetti, ma del nostro rapporto con essi. Attirati dal richiamo esercitato dalle cose sempre nuove che il mercato ci offre, quelle che già possediamo ci appaiono vecchie, ammuffite,  obsolete. È un richiamo che seguiamo come il canto di una sirena e che non ci fa più cogliere nelle cose quel significato, cioè quell’insieme di utilità e di bellezza, che invece all’inizio ce le aveva fatte acquistare.

Allora la prima osservazione è questa: l’abbondanza degli oggetti ne ottunde l’intelligenza. Questo è un processo che ha una sua logica, ma una logica non necessaria.

Io sono contrario a quelli che dicono, come Umberto Galimberti in “Natura e Techne”, che noi siamo diventati strumento della tecnica mentre la tecnica, che dovrebbe essere uno strumento, invece è diventata il nostro mondo e che tutto ciò è inevitabile. Questo è sì un dato di fatto, ma non una necessità, non un destino. E siete proprio voi, col vostro modo di rapportarvi alle cose, che testimoniate che questo diventare strumenti dello strumento non è un destino. Così come non lo è diventare stupidi nel rapporto con le cose, lasciarsi ottundere l’intelligenza nel rapporto con le cose dalla sovrabbondanza.

L’anno scorso, o due anni fa, in uno degli ultimi numeri del settimanale Time, comparve un articolo sulla fine dell’utopia e, nei numeri successivi, vennero pubblicate a commento alcune lettere al direttore: c’era chi condivideva quell’articolo, chi invece no, ecc. Una di queste mi colpì subito, perché per un verso mi sembrava molto vera  – e quel tanto che c’è di verità deve far pensare – e per un altro mi sembrava limitata – e anche quello che non c’è, che non viene detto deve far pensare. Il lettore scriveva: “L’utopia è morta? Sì, quella che volevano i comunisti”.

Guardatevi attorno. Immaginatevi che un abitante normale di uno dei nostri Paesi europei o nordamericani risusciti della seconda metà dell’Ottocento ai giorni nostri. Mettetevi nei suoi panni. Alla fine dell’Ottocento anche in Europa, in Paesi come la Svezia, la mortalità infantile era attorno al 100 per mille: oggi siamo sotto il 10 per mille. Abbiamo la possibilità di viaggiare un po’ in tutte le parti del mondo anche a prezzo relativamente modesto, oppure possiamo portarcelo in casa, con internet. Stando comodamente nella nostra poltrona, possiamo mettere una cassetta nel videoregistratore e vedere un film, possiamo ascoltare della musica quasi come se fossimo in una sala da concerto, possiamo al computer leggere da un CD-ROM tutte le più grandi opere di una letteratura straniera. Vedendo tutto questo quel nostro antenato direbbe: “Ma voi siete in Paradiso!”.

In quest’esclamazione c’è un tanto di verità, che non va cancellato. È vero, noi siamo in paradiso. E dobbiamo sempre ricordarcelo ogni volta che siamo tentati di lamentarci per ciò che non funziona nella nostra vita e gridare: “Governo ladro!”. Per carità, lo grido spesso anch’io, perché, viaggiando spesso in treno, ho molte ragioni per lamentarmi, tuttavia noi siamo in paradiso. Qui c’è della verità.

D’altra parte è il “paradiso degli oggetti”. Il fatto stesso che noi ci lamentiamo di questo paradiso dove, per definizione, uno non può lamentarsi, sta a indicare che non è più Paradiso. Vuol dire che il deperimento della soggettività, salvo eccezioni, è direttamente proporzionale all’abbondanza degli oggetti.

Di contro c’è la sobrietà, che non è la miseria e non è neanche quel tanto di raffinatezza che a volte ci può essere in certe scelte di vita, che sono alternative ma legate al gusto di ciascun individuo e, quindi, non possono essere fonte di una riflessione generale. La sobrietà, cioè il senso della misura, è anche la condizione per essere un po’ esigenti nell’uso delle cose. Per avere quel sapere che ha anche il gusto.

Se avessi avuto più tempo, avrei letto alcuni testi di critici d’arte, dove col termine intendo “filosofi della pittura”, cioè filosofi che dicono: “Che cosa c’è nel grande pittore? Che cos’è che ci prende?”. Essi mostrano con grande finezza che c’è un modo di vedere quello che tutti vediamo, ma guardando in maniera diversa. Un modo di vedere ciò che è sotto gli occhi di tutti, ma che i nostri occhi abitualmente non vedono.

Mi viene in mente una pagina di Umberto Eco su Modigliani e le sue nature morte che ritraggono esclusivamente bottiglie: oggetti quotidiani così banali eppure ogni volta reinterpretati così che non ce n’è una uguale all’altra. Ancora, la capacità dell’artista di

vedere, in questo quotidiano, la continua novità degli oggetti più obsoleti fa dire a un altro filosofo, Merleau-Ponty, con riferimento a Cézanne, che “è come se vedesse le cose che vengono fuori dal grembo dell’essere”.

Il pittore vede questo. Lo vede perché ha un talento speciale di cui è dotato, ma di cui non tutti siamo dotati. Direi, tuttavia, che c’è un modo di partecipare a questo sguardo sugli oggetti che quasi li vede continuamente uscire dal grembo dell’essere: è guardare alle cose come se fosse la prima volta. Ed è qui che mi rifaccio a un testo biblico, Isaia 35, uno dei vari testi in cui si parla della promessa del rinnovamento dei corpi. Ci dice:

“Dite ai cuori sconvolti: “Coraggio! Non temete! Ecco il vostro Dio: egli viene con la vendetta;
è la ricompensa divina: egli viene e vi salverà”.Allora si schiuderanno gli occhi dei ciechi
e gli orecchi dei sordi si apriranno. Allora lo zoppo salterà come un cervo
e la lingua del muto griderà di gioia,
perché scaturiranno acque nel deserto,
scorreranno torrenti nella steppa.

Il suolo bruciato si trasformerà in una palude
e quello arido in sorgenti di acqua. Vi ritorneranno i riscattati dal Signore
ed entreranno in Sion con grida di gioia;
eterna allegrezza sarà sul loro capo,
letizia e allegrezza li raggiungeranno,
mentre fuggiranno tristezza e pianto.(Is. 35,4-7;10)

Nel testo c’è il riscatto politico di Israele, che da Babilonia ritorna nella sua terra, ma c’è anche il riscatto dei corpi, che è formulato nei termini che poi sono diventati classici: i ciechi vedranno, i sordi udranno, gli zoppi salteranno come stambecchi e la lingua dei muti si scioglierà. In qualche modo si viene presi da questo movimento di rinnovamento, di scioglimento delle catene del corpo, di reintegrazione in quella bellezza e pienezza originaria che, secondo la Bibbia, faceva dire a Dio, a mano a mano che creava le cose e le guardava, “Che bello!” (è così, infatti, che alcuni traduttori giustamente rendono l’espressione “E Dio vide che ciò era buono” più volte ripetuta nel primo capitolo della Genesi). Allora guardare alle cose come se fosse la prima volta è vedere le cose con questo occhio di Dio, al di là dell’idea di dio che ciascuno di noi può avere.

Come mai un testo così banale ci suscita questo sentimento? Certo, i ciechi vedranno la luce, ma io ci vedo, noi ci vediamo, e in fondo i ciechi sono solo una minoranza. I sordi udranno, ma io ascolto, anzi, ci sono tanti rumori che danno fastidio, vorrei non ascoltare. I muti parleranno, ma quante chiacchiere facciamo a vanvera? Gli arti si scioglieranno, salterete come stambecchi: e allora? Io non salto come uno stambecco, anzi sono duro come un legno, ma mi muovo, cammino…

Allora quale utopia è nascosta in questo testo per dire che i ciechi vedranno? Il mondo messianico, il mondo redento, il mondo riscattato, il mondo salvato sarà questo che noi abbiamo. Qualche esegeta sostiene che si tratti di un gioco poetico, della legge retorica della contrapposizione, che accosta chi non vede alla vista ecc. Io concordo solo in parte. Se si trattasse solo di capacità poetica potremmo trovarci davanti a una specie di illusionismo. Ma quel poeta è anche un profeta. Ed è uno di quei profeti che, qualche capitolo più avanti, dirà:

“[…] se darai il tuo pane all’affamato,
se sazierai l’anima oppressa,
allora la tua luce sorgerà tra le tenebre,
la tua oscurità sarà come il meriggio. Il Signore ti farà sempre da guida,
ti sazierà in terreni aridi,
renderà vigore alle tue ossa”.

(Is. 58,10-11a).

Cioè quel poeta non ha semplicemente adottato un espediente letterario. Quel poeta si è messo dentro il corpo ferito dei ciechi, dei sordi, degli storpi…

Che cosa è, allora, per un cieco il sogno? La promessa, la possibile utopia, il vederci. Andategli a dire: “Ma cosa vuoi: quando ci vedrai, dopo tre giorni questo mondo ti avrà deluso. Vedrai quante cose brutte e, soprattutto, abituali ci sono!”. Andateglielo a dire! Non vi immaginate nemmeno cosa vorrebbe dire per lui, o lei, vedere il mondo nelle cose belle, ma anche semplicemente nelle cose utili. Poter impugnare gli oggetti, potersi muovere con scioltezza! Anche se i ciechi hanno una straordinaria capacità di ricostruire il mondo da un insieme di riferimenti che ricavano dagli altri sensi (provate a leggere la biografia di qualcuno che sia divenuto cieco, di come nel giro di pochi anni abbia imparato pian piano a muoversi come se ci vedesse), resta il fatto che un cieco anela alla vista.

Allora mettetevi dentro gli occhi del cieco, mettevi dentro le orecchie del sordo, ecc.… Mettetevi in generale dentro il corpo del povero, povero in tutti i sensi. Mettetevi dentro il suo corpo e vedrete che quegli oggetti quotidiani di cui voi siete circondati, anche i più semplici, diventano belli e desiderabili. In qualche modo sarebbe augurabile a tutti un incidente in cui si provi a perdere la vista, per provare poi a fare l’esperienza di cosa vuol dire ritrovare il mondo. Quel mondo di cui la banale quotidianità ci aveva portato a dire che era pura, noiosa prosa. Ritrovare la poesia del mondo come se fosse la prima volta.

Ma questo, ripeto, lo si può fare, senza bisogno dell’incidente, soltanto se per vivere il nostro rapporto armonico con le cose si accetta di vivere la misura di sobrietà che è quella giusta.

Vorrei aggiungere che c’è uno strumento che viene prima di tutti gli altri, uno strumento attaccato al corpo – i medioevali lo chiamavano “instrumentum coniuntum”. È lo strumento che è la congiunzione tra il nostro cervello e gli strumenti stessi: la mano. Avete mai pensato cosa vuole dire avere un paio di mani? Io qualche volta lo faccio e resto sorpreso non tanto da certe abilità particolari, come quella di suonare il piano, ma da quelle normali: la mattina poter accendere il gas, potersi fare il caffè da soli, poter impugnare una vanga, poter girare un po’ la terra in giardino…

Pensate se non aveste le mani… Soprattutto dopo le letture fatte, sarebbe peggio che aver perso la vista o l’udito. Perché senza mani voi percepireste tutto, ma il vostro rapporto col mondo sarebbe puramente recettivo, puramente passivo. Non avreste più la capacità di intervenire neanche minimamente su di esso. E non potreste più neanche fare segni, chiamare qualcuno, oppure accarezzare un volto o stringere una mano senza aver bisogno di dire neanche una parola, perché quella stretta da sola vale di più delle parole…

Chi crede in Dio la mattina si alza e dice: “Signore ti ringrazio perché mi hai dato due mani”. E chi non crede, ringrazierà la natura, ringrazierà la vita. Ma questo sentimento di quale grande grazia sia avere due mani è comune a tutti[1].

E questo mi porta al secondo punto: alla dimensione di bellezza. Le cose belle sono quelle che sono state fatte appositamente non per essere usate per qualche scopo, ma che sono esse stesse lo scopo. Le cose belle sono fini a sé. In esse riposiamo, perché colmano quella dimensione di noi che è il desiderio, l’eros. Noi siamo fondamentalmente eros, cioè bisogno di cose belle, appaganti[2]. Per questo il mondo è disseminato di monumenti culturali che diciamo, appunto, “d’arte”.

Poi ci sono anche quegli oggetti che sono stati costruiti esclusivamente per assolvere a qualche necessità e che chiamiamo strumenti. Ebbene, anche per essi si può parlare di bellezza e, anzi, l’aver capito la bellezza delle cose che non sono nate per essere belle, ma solo per servire, è un aspetto sano e intelligente del nostro oggi. Per esempio, pensate alla bellezza di un aratro, uno strumento di lavoro, che non venga più usato. Oggetti del genere sono raccolti in musei delle arti e mestieri, che stanno nascendo numerosi per salvaguardare la memoria di come, fino agli anni anteriori alla seconda guerra mondiale, fosse duro il lavoro quotidiano e fosse faticoso vivere. Davanti a queste cose non ci viene necessariamente da dire: “Uh, che bello!”. C’è in rapporto ad esse una fruizione antiestetica, che consiste proprio nella meraviglia che quella memoria suscita. C’è, cioè, un sentimento che si pone indubbiamente come completamento dell’estetica, che è suscitato da quel tipo di bellezza interiore che è la forma della sapienza.

In tutti e due i casi oggi siamo di fronte a una patologia, che non riguarda prima di tutto l’eccesso in ciò che è bello, ma la soggettivizzazione del bello: bello devo essere io, bello deve essere il mio corpo. Siamo in presenza di un’estetizzazione della vita a partire dal proprio corpo, da ciò che lo circonda, da ciò che ci rende più presentabili. Un tempo ciò valeva soprattutto per le donne, ma negli ultimi dieci anni c’è stata un’esplosione dell’estetizzazione del corpo maschile così diffusa che, a quanto ho letto, perfino gli inglesi, notoriamente tra i più trasandati, ormai sono presi da questa malattia del vestirsi bene ecc.

C’è un sociologo tedesco che ha scritto un libro di ottocento pagine sulla “società del fare esperienze”, naturalmente esperienze positive, belle, gratificanti… Secondo questa prospettiva, tutto il senso della vita sarebbe rincorrere queste esperienze, ed una di esse è appunto quella che si fa sul corpo. Sempre questo sociologo dice che “Non c’è un solo centimetro quadrato del corpo umano per il quale non esistano forme di cura”, e la cura di cui parla non è quella della salute, ma la “bodycare”, l’attenzione al corpo.

A mio avviso questa è una delle cose che per un verso acuisce il senso estetico, i sensi. Estetica, originariamente, è ciò che attiene ai sensi, aiszesiV in greco è la sensazione. Voi capite allora l’ambivalenza cattiva, cioè l’ambivalenza “pastrocchio”, dell’espressione “il senso del bello”. C’è un senso del bello autoreferenziale, narcisista, che trae origine dal sentirsi vivere perché si è pieni di cose belle e perché si è belli “fuori [3]

Accanto a questo, siamo anche esposti a un eccesso di beni che sono “belli” non solo sul piano di quelli utili, ma anche sul piano di quelli da contemplare. Queste continue offerte di mostre dappertutto, per esempio di giornate del vino, “wine days”, questi luoghi belli in cui uno va e insieme fa turismo, cultura, magari conditi con un tocco di gastronomia e, perché no, di spiritualità[4]: noi siamo nel pieno dell’eccedenza, basta guardare il mensile Touring, oppure il giovedì di Repubblica, e trovate lunghi elenchi di posti da visitare ecc. È un’eccedenza che crea l’obsolescenza, tra l’altro anche stupidamente.

Per farvi un piccolissimo esempio, alcuni anni fa in Olanda si tenne una mostra di quadri di Vermeer, pittore fiammingo, e con seicentomila lire tutto compreso, da Milano o da Roma, si poteva andare ad Amsterdam, pernottare e visitare la mostra. Tre o quattro anni prima, visitando Belgio e Olanda con la mia famiglia, in un museo di Amsterdam ci eravamo imbattuti in un settore con almeno una dozzina di quadri stupendi di questo Vermeer e restammo tranquillamente a goderceli, perché non passava nessuno. Tutti si incolonnavano per vedere l’altrettanto grande Rembrandt: il grande nome, la “griffe”. Certo, Rembrandt non è solo la “griffe”, però… tre anni dopo, in seicentomila a vedere Vermeer. File lunghissime. Tanti esclusi che quasi si sarebbero strappati i capelli.

Oppure prendiamo, come altro esempio, la Gioconda. Quando uno passa da Parigi deve andare a vederla per forza. Di ritorno dal Belgio, dove avevo fatto un anno di studi, io ero passato appunto da Parigi ed ero andato al Louvre per guardarmi la Gioconda. Ricordo che era una domenica mattina di luglio e non c’era nessuno. Vent’anni dopo: chi c’è davanti alla Gioconda?! Cento giapponesi (Tra l’altro, adesso è impossibile vederla bene, perché ha davanti un vetro molto spesso.). In un salone a fianco di quello in cui è esposta la Gioconda, c’è una sezione dedicata al Cinquecento italiano, in cui spicca “La vergine delle Rocce”, dello stesso Leonardo. Uno potrebbe starsene lì mezzora davanti a “La vergine delle Rocce”, vada a farsi benedire la Gioconda!

C’è una giapponesizzazione del rapporto con queste cose. L’importante è fotografarle, portarsele a casa, mettersele via, ecc. Pensate a quando, invece dei giapponesi, cominceranno a far turismo i cinesi! Voi veneziani, voi fiorentini, pensate a cosa diventeranno le vostre città. Dovrete mettere dei limiti assoluti, se no non vivrete più, anche se già oggi non è che viviate proprio bene.

Anche qui, io direi, ciò che conta è proprio ritrovare il senso della bellezza, delle cose fatte per essere belle – non penso agli strumenti – e su questo i greci hanno qualcosa da insegnarci. È tempo di recuperare quello che prima chiamavo grazia e parlare di beni gratuiti.

Che cosa vuol dire gratuità? Nel linguaggio comune vuol dire fare qualcosa senza richiederne il pagamento. Ma in un’accezione che alcuni filosofi amano molto giustamente, gratuito è un bene voluto per se : quello che io ho detto della seconda categoria di beni. Non ho detto subito quella parola, ma quel “bonum” o quel bene, quei beni piacevoli ecc. dopo quelli utili, potrebbero essere detti beni gratuiti. Sono beni che non voglio perché mi servono per acquistarne altri, li voglio perché in se stessi sono quelli verso i quali mi sento attratto: in questo senso, dunque, beni gratuiti, ciò che è in se stesso fine, meritevole di essere acquisito, fruito.


[1] Ho introdotto appositamente il termine “grazia” perché, nell’ultima parte del mio intervento, mi soffermerò un momento sull’ambivalenza in senso positivo della grazia.

[2] Da questo punto di vista, il significato corrente che viene dato al termine “eros”, che in genere rimanda a “erotico” e alla sfera sessuale, appare estremamente riduttivo.

[3] ”. Ma quest’ultima dimensione è appunto il mio fuori, il rifarsi al corpo. Per questo sono piuttosto critico con i colleghi che dicono: “Andare a Dio attraverso la bellezza” o “La bellezza è la via regale per raggiungere Dio”. Bisogna specificare di quale bellezza si tratta!”. Stiamo attenti a non accarezzare e rivendicare questa chiusura del soggetto contemporaneo nel godimento di se stesso, nell’esibizione di sé.

[4] Il gastronomico, si sa, è molto spirituale, perché gli antropologi insegnano che il cibo è sempre stato sacro.

I greci avevano in qualche modo organizzato la società in questo modo. C’erano gli schiavi che lavoravano e quindi usavano i beni utili, facendo la parte del braccio, della mano. Poi c’erano i liberi[1], che si dedicavano alle libere attività, cioè attività gratuite. Tra queste, per loro era compresa anche la politica, nel senso alto del discutere, oppure la contemplazione, artistica e soprattutto filosofica.

Dunque i beni utili, gli strumenti, corrispondevano agli schiavi; d’altra parte i beni gratuiti erano veramente tali, cioè non rispondevano semplicemente al gusto individuale, ma si era convinti che in essi consistesse la realizzazione piena dell’umano che è in noi. Si trattava quindi di un umanesimo autentico, anche se selettivo.

Noi oggi abbiamo rovesciato le cose e abbiamo tutti, almeno in Occidente, disponibili i beni, basta avere soldi a sufficienza. Però è una democrazia nichilista, dall’umanesimo selettivo siamo passati al nichilismo democratico. Vale a dire: c’è n’è per tutti, ma non c’è più dentro quel qualcosa che i Greci consideravano il senso stesso del vivere umano.

Gratuità viene da grazia e grazia è bellezza, da cui viene grazioso, ma la grazia è prima di tutto il dono, qualcosa che è data senza richiederne il pagamento. Questo sentimento del mondo come grazia da un lato è il sentimento religioso, per cui il mondo è dono del Dio creatore, il mondo è dono degli dei, ma dall’altro è anche laico, perché già nella filosofia di Aristotele, filosofia non religiosa, c’era il sentimento della volontà di dono che, per così dire, è racchiusa dentro la natura stessa. L’essere, ciò che è donato, è scomparso, perché siamo in un mondo in cui quella che è diventata la cifra interpretativa di quanto ci circonda è la scienza nel suo carattere di disincantamento del mondo.

Il mondo è lì, è un insieme di cose, di materiali da prendere e trasformare. È la nostra azione che da senso alle cose, in sé non ce l’hanno, sono solo lì. Alcune sono belle, altre meno belle, ma in questa prospettiva il bello e il meno bello sono qualcosa di assolutamente casuale, dipendono dai gusti. Non c’è dentro il mondo quello spessore che i Greci vi trovavano, la grazia di un dio personale o di una natura, che faceva sì che il rapporto con esso non si esaurisse soltanto nella vibrazione estetizzante del gusto, l’unica cosa che oggi ci resta. Ecco perché io dico che la bellezza, così come la si vive oggi diffusamente, può essere una via che ci “porta via”. Rischia di essere il sostituto di Dio o uno dei sostituti di Dio. Oltre la sovrabbondanza del quantitativo, non ci resta che questa qualità dell’oggetto che fa vibrare anche il soggetto, il quale però ormai non ha nessun’altra capacità se non quella di vibrare, il che è una cosa diversa dal gusto delle cose di cui dicevo. Lontano da quel gusto, il soggetto è capace benissimo di arrabbiarsi, di entrare in depressione, perché l’incontro con quella bellezza è tutto rinchiuso in quell’attimo fuggente, dove però il finire rapido è soltanto il segno temporale della vacuità. Tutta la sua realtà è nella vibrazione che lui dà in quel momento.

Don Gianni mi aveva chiesto al telefono di scegliere un testo per guidare un momento di silenzio. È un testo notissimo: è dal Vangelo, proprio uno dei testi dell’estetica evangelica. È quello dove Gesù dice: “Ma perché avete paura? Uomini di poca fede: guardate i gigli del campo”. Fiori di campo, spontanei, non coltivati in una riserva. “Guardate, non seminano e non mietono, eppure neanche Salomone era vestito come uno di loro”. Pensate a quanto spirito di attenzione a quella bellezza delle cose aveva qui l’uomo Gesù. Che fosse poi figlio di Dio, ecc. io ci credo, ma non c’è bisogno di credere a questo per ammirare questa capacità di attenzione che l’uomo Gesù, l’ebreo Gesù, il palestinese Gesù – perché era un ebreo palestinese – aveva nei confronti di queste cose. “Neanche Salomone era vestito come uno di loro”. “Guardate gli uccelli del cielo, non seminano e non mietono, eppure il Padre Nostro Celeste li veste”. Troviamo qui la natura, Madre Natura, Madre Terra, Padre Cielo: questo mi sembra un testo che possa nutrire anche i nostri dieci minuti di silenzio. (tutti i presenti fanno dieci minuti di silenzio)

Finisco con una piccola parabola cinese sull’Inferno e sul Paradiso che ho riportato anche all’inizio di alcuni dei miei libri. Non è il Paradiso degli oggetti, è quel tanto di Paradiso che possiamo avere già nella nostra vita.

C’è un maestro di sapienza e ci sono i suoi discepoli che gli chiedono:

“Maestro, che cos’è l’Inferno?”

“Ah, guardate, ci sono stato”

“Ci sei stato?”

“Sì, e ho visto questo. C’era una grande tavola – come la nostra di ieri sera – e ognuno aveva davanti il suo piatto di riso e aveva le sue bacchette, ma erano bacchette molto lunghe – due metri di bacchetta – che erano legate alla mano. In questo modo nessuno riusciva a prendere il riso e a metterselo in bocca e quindi i commensali morivano spasmodicamente. Questo è l’Inferno”.

“Maestro, ma allora il Paradiso è impossibile?”

“No, sono stato anche in Paradiso, credete”

“E lì che cosa c’era?”

“C’era una tavola imbandita, e c’erano i piatti di riso…”

“Sì, ma bacchette corte!”

“No, bacchette lunghe come le altre, e legate anche lì alle mani”

“Ma allora?”

“Ognuno prendeva il riso dal piatto di chi gli stava davanti e glielo metteva in bocca, e viceversa. Questo è il Paradiso!”.

Per concludere, vorrei ricordare una bellissima canzone di Violeta Parra, che era una ragazza laica, dal titolo “Graçias a la vida”, che dice: “Grazie alla vita che mi ha dato tanto, mi ha dato due occhi per distinguere il bianco dal nero, per vedere il volto del mio ragazzo, del mio amato. Grazie alla vita che mi ha dato tanto, mi ha dato due orecchie per poter sentire i suoni, imparare l’abbecedario, per sentire la voce del mio amato. Grazie alla vita che mi ha amato tanto, mi ha dato dei piedi con cui cammino e giungo fino alla casa del mio amato. Grazie alla vita che mi ha dato tanto… ” Cantiamo insieme “Grazie alla vita”

(tutti i presenti intonano la canzone)

 


[1] Tra parentesi, di tutte le parole dette ieri l’unica che avete usato e che non mi andava era “libertà”. Cancellatela! Perché è una parola che non è ambivalente, è milionvalente, vuol dire tutto e il contrario di tutto. Ogni volta che uso questa parola, mi dici cosa vuol dire? Ciò nonostante, ognuno la usa come un idolo davanti il quale inginocchiarsi. Le libertà: quali? Un tempo io cantavo: Evviva il Comunismo e la Libertà…”, ma oggi abbiamo di fronte la Casa delle Libertà ed è evidente che non si tratta della stessa cosa.

Scheda di iscrizione all’incontro annuale dei Bilanci di Giustizia:

 

  CANTIERI  DI  GIUSTIZIA  E  DI BENESSERE  .

 

Nome famiglia                                ________________________________________________

Indirizzo                                          ________________________________________________

Recapiti telefonici                         ________________________________________________

E-mail / fax                                      ________________________________________________

Gruppo BdG di riferimento    __________________________________________

Composizione famiglia:              adulti:     ______

bambini/ragazzi

età

Baby sitter  (si/no)

1)

2)

3)

4)

5)

 

Laboratori a cui si vorrebbe partecipare: _________________________________________________________

__________________________________________________________________________________________

Costi e organizzazione:

Iscrizione:       15  €   per adulto

La quota deve pervenire, insieme a questo modulo, entro il 30/06/2002 alla segreteria di Venezia (allegare la copia della ricevuta di versamento). La quota deve essere versata sul c/c postale n°14643308 intestato a Gianni Fazzini. Comprende un contributo per i costi organizzativi e il materiale necessario, l’uso cucina e gli intrattenimenti per le serate.

Pernottamento:

I prezzi si intendono a persona.

Indicare con una crocetta la sistemazione che si preferirebbe:

Costi

 Note

Camere

8  €

Portare lenzuola o saccoapelo

camping

3  €

Portare torce a batteria

 

–   Indicare l’eventuale disponibilità a dividere le camere con altre persone e/o famiglie:     _____   (sì/no)

 

Se sì quali?     _________________________________________________________

 

 

 

Pasti:     Le colazioni saranno fornite dal gruppo di Torino. Voi siete invitati a portare biscotti, torte, dolci e marmellate per completare la colazione.

     Pranzi e cene:  Ci sono diverse possibilità: più avanti ci sono tabelle in cui dovreste segnare le vostre preferenze.

–  Ristorante Mamma Margherita:                 5  €     bambini

8  €     adulti      (senza vino)

E’ il ristorante del Colle che ci fornisce i pasti.

 

–  Tavola di Babele                              5  €     bambini

8  €     adulti      (con vino)

 

             E’ una cooperativa che organizza pranzi e cene cucinando piatti tipici dei paesi del sud del mondo, con ingredienti provenienti, per quanto é possibile, dal commercio equo e solidale e da produttori conosciuti.

Menu: insalata di stagione,  cous cous con agnello e verdure / legumi per i vegetariani,  torta di semolino.

 

 

–  Gruppo BdG Verona                      5  €     bambini

8  €     adulti      (posti limitati)

Il gruppo di Verona si è reso disponibile ad organizzare un laboratorio di cucina durante il quale verranno preparati i cibi per la cena del sabato.

 

             Menu:   vegetariano

 

VENERDI’

 

PRANZO

CENA

al sacco

Numero persone

 

 

SABATO

 

PRANZO

CENA

al sacco

ristorante Mamma Margherita

Gruppo BdG Verona

ristorante Mamma Margherita

Numero persone

 

 

DOMENICA

 

PRANZO

Tavola di Babele

di cui vegetariani

Numero persone

 

 

Elenco ospitalità lettera maggio 2002

per aggiunterti alla lista, contattare Simone Cecconi, tel. 055-8819814, email. sacama@inwind.it