La bella economia, testamento di Berselli

Prima di lasciarci, pochi mesi fa, Edmondo Berselli ha scritto questo saggio, denso e acuminato. Diverso, in qualche misura, diverso dai suoi libri precedenti. Dagli articoli che ha continuato a pubblicare, fino alla fine. Diverso, perché “essenziale”, nello stile e nei contenuti. Mentre Berselli ha coltivato  –  per metodo e filosofia  –  l’essenzialità dell’inessenziale. Occupandosi di sport, musica, gossip, vita quotidiana. In modo strettamente contestuale alla cultura (sedicente) alta, alla politica, all’economia, alle imprese, agli affari. Scivolando fra Liga (bue) e Lega, tra i Post-italiani e Forza Italia, fra “il più mancino dei tiri” (di Mariolino Corso) e gli svarioni dei “sinistrati” (politici). Attraverso uno stile in-imitabile. Dove, appunto, nulla è divagazione. E tutto lo è. Perché, in questo “paese provvisorio”, nulla è essenziale. Quanto il fatuo. Ebbene, in questo saggio Berselli sceglie uno stile asciutto. Ma, come sempre, vitale. Forse perché la vita, mentre scriveva, lo stava lasciando. E lui lo sapeva, anche se mai  –  mai  –  si è arreso. E mai  –  mai  –  ha rinunciato a vivere. Cioè a scrivere. Fino in fondo. Ma il tempo stringeva e, complice (come sempre) sua moglie Marzia, ha colpito al cuore una questione che gli stava a cuore  –  da sempre. L’economia giusta, che distribuisce le risorse in modo “equo”. Dove le differenze di reddito e di condizione non sono abissali

come adesso. “Nella società fordista veniva considerato equo che il presidente o l’amministratore delegato di una grande impresa guadagnasse trenta volte lo stipendio di un usciere. Oggi, o soltanto fino a ieri, si considerava normale che il reddito del grande manager ammontasse da tre a quattrocento volte la retribuzione di un impiegato di basso livello”. Berselli ricostruisce  –  con approfondita cura analitica, bibliografica e critica  –  l’ascesa e il declino dell'”economia giusta”, come ideale e progetto. Partendo da Marx e Leone XIII per giungere fino ad oggi. Ma traccia anche la parabola  –  molto più rapida  –  della “economia libera” (e iniqua). Una superstizione di successo. All’origine di leggende, fiorite e sfiorite in fretta. Con esiti devastanti, per le borse, le banche e i mercati globali. E per una moltitudine di poveretti, divenuti ancor più poveri.
Il saggio di Berselli è un atto di accusa spietato. Verso il liberismo monetarista che ha venduto illusioni, spacciando superstizioni per verità (“i soldi che generano soldi”, a prescindere dall’economia). Ma anche verso il riformismo socialdemocratico e democratico-cristiano. Verso i soggetti  –  politici e culturali  –  che hanno immaginato la “società giusta”, cercando di progettare e di realizzare l’economia sociale di mercato, che lega insieme impresa, individuo, comunità. E Stato. Ma poi si sono arresi al “pensiero unico” del monetarismo, quasi senza combattere. Oggi il turbo-capitalismo e il globalismo finanziario sono bersaglio di critiche spietate. Da parte della sinistra, della Chiesa (Berselli cita, al proposito, i ripetuti interventi di Benedetto XVI). E perfino di esponenti della destra (?) di governo (si pensi a Tremonti). Le alternative, però, non si vedono. I profeti dell’economia sociale e i critici della superstizione monetarista oggi appaiono disarmati.
Berselli offre, al proposito, due spiegazioni controcorrente. E impopolari. Come nel suo stile.
La prima è “culturale”. “I maestri latitano, di questi tempi. Sono dispersi anche gli ideologi, quegli intellettuali che avevano la formula per tutto, per qualsiasi problema e soluzione di problema”. Cioé: mancano le idee e gli idealisti. Manca, in altri termini, la “cultura politica”. Senza la quale la politica stessa diventa sterile. La seconda spiegazione è conseguente. Per progettare un’alternativa occorre mettere in discussione una convinzione comune alle socialdemocrazie e al neoliberismo. A Confindustria e a molti esponenti della sinistra. L’idea della “crescita”, condizione irrinunciabile di sviluppo e benessere. Ebbene, scandisce Berselli, a conclusione del saggio, non è “più” così. Al contrario: “Dovremo abituarci ad avere meno risorse. Meno soldi in tasca. Essere più poveri. Ecco la parola maledetta: povertà. Ma dovremo farci l’abitudine”. D’altronde, l’alternativa è tra impoverirsi senza ammetterlo, peggio: senza accorgersene. Oppure affrontare il declino del benessere, l’impoverimento (se vogliamo usare una formula meno aspra, la “minore ricchezza”) in modo consapevole. In modo “giusto”.
È l’ultima lezione di un intellettuale vero (che sentendosi definire tale si ritrarrebbe inorridito). Edmondo Berselli. Non ha mai temuto di sfidare le convenzioni e i luoghi comuni. In questi tempi pesanti, senza ironia e senza vergogna, ci mancano (personalmente: molto) il suo sguardo leggero, il suo anticonformismo ironico e autoironico. Le sue idee, destinate a far discutere a lungo. Come questo saggio, che non va considerato una “eredità”. Un lascito postumo. Ma un contributo “vivo” e attuale al dibattito sul nostro futuro. 

(10 settembre 2010)