Bilancisti: Uno “stile di vita” più orientato al futuro, che alla fine spende meno

Marco Morosini ha pubblicato un articolo su avvenire dal titolo “Bio e “giusto”: ci guadagni se costa di più”. In cui presenta efficacemente le scelte bilanciste.

Riportiamo l’articolo apparso su Avvenire del 4 mazo 2010.

Bio e «giusto»: ci guadagni se costa di più

Sembra un rompicapo, invece è l’uovo di Colombo: con la equo-spesa spesso si paga di più ma alla fine si spende di meno. I prodotti con maggiori qualità  ecologiche o sociali costano quasi sempre di più: dieci, venti per cento, a volte anche il doppio. Eppure, chi pratica sistematicamente l’equo-spesa alla fine spende di meno.

 

Lo suggerisce l’esperienza dei «Bilanci di giustizia», un migliaio di famiglie, coordinate nell’omonima associazione animata da don Gianni Fazzini, parroco di Altino (Venezia). Il loro motto è «Consumare meno, consumare meglio» (www.bilancidigiustizia.it ). Il loro reddito medio è inferiore a quello medio delle famiglie italiane. Non si tratta quindi di benestanti, ma di persone con risorse economiche modeste. Il loro impegno è duplice. Primo, applicare criteri ecologici e d’equità sociale in tutte le possibili voci di spesa e d’investimento. Secondo, documentare in una scheda mensile tutte le spese «spostate» verso opzioni eco-solidali. L’elaborazione di questi dati permette da dieci anni di constatare nel Rapporto annuale dei Bilanci di giustizia che circa un terzo di tutti gli esborsi sono stati fatti con criteri ecologici e d’equità o solidarietà sociale.
Ma come può la somma di prodotti spesso più cari farci risparmiare? Ciò che alla fine costa meno non è una lista di singoli prodotti, ma è uno «stile di vita» più orientato al futuro. Invece che dai modelli di consumo degli anni ’80, uno stile di vita adeguato ai tempi si chiede: come migliorare la qualità della vita di nove miliardi di persone (nel 2050), riducendo contemporaneamente il consumo di risorse e il degrado ambientale? Non si tratta quindi di limitarsi ad acquistare qualche prodotto con marchio «bio» o «eco-solidale», ma piuttosto di impostare l’insieme di spese e investimenti con criteri di sostenibilità, cioè cercando di ridurre al minimo necessario l’uso di energia, materiali e imballaggi, i trasporti, la pubblicità.
Il risultato è che diverse voci di spesa tipiche dei modelli consumistici del passato si riducono o scompaiono. Per esempio, è vero che un pomodoro coltivato biologicamente costa più di uno coltivato con pesticidi. Ma è anche vero che un buon riso dell’agricoltura biologica in sacchi da cinque chili e senza pubblicità costa meno ed è migliore di un riso coltivato con pesticidi, comprato a mezzi chili e in triplo imballaggio, su cui devono guadagnare diversi intermediari. Se si riesce a sottrarsi alle promesse di salute o di dimagrimento degli spot d’acque minerali, ecco che un’inutile voce di spesa scompare.
Se alla cena dei capi di Stato dell’ultimo vertice dei G20 Obama ha fatto servire acqua di rubinetto, se il sindaco di New York e il governatore della California per ridurre i rifiuti e i trasporti inutili invitano a preferire l’acqua del rubinetto a quella imbottigliata nella plastica, perché noi dovremmo invece restare fermi a vecchi modelli di consumo? I tempi stanno cambiando. Buona parte dell’industria pubblicitaria raddoppia gli sforzi per far restare i consumi ancorati a vecchi schemi. Eppure milioni di cittadini stanno rendendosi conto che non si può più consumare come ai tempi della guerra fredda o dell’autunno caldo.
Nei Paesi anglosassoni due neologismi definiscono chi adotta stili di consumo al passo con i tempi: Loahs, Lifestyles of Health and Sustainability (stili di vita salutari e sostenibili) e Lovos, Lifestyles of Voluntary Simplicity (stili di vita di semplicità volontaria). Negli Usa si tratterebbe di 40 milioni di persone nel 2007, per un potenziale annuo di spesa di 300 miliardi di dollari. «More fun, less stuff» (più piacere, meno roba) è il motto del «New American Dream» («nuovo sogno americano»), un’associazione che promuove stili di vita più semplici, che privilegiano natura, famiglia, amici, spiritualità, convivialità, sport, tempo libero al «lavorare di più, per guadagnare di più, per consumare di più» (www.newdream.org). «Your money or your life» («i soldi o la vita») si intitola un libro di successo di due ex manager statunitensi che hanno cambiato il loro stile di vita: hanno dimezzato il tempo di lavoro e i guadagni e raddoppiato la qualità di vita (www.yourmoneyoryourlife.org).
Una delle peculiarità dei «bilancisti» sono gli intensi contatti tra loro: non solo si scambiano in internet informazioni e consigli, ma s’incontrano spesso in città per praticare gruppi d’acquisto all’ingrosso di certi generi alimentari. Una volta l’anno si riuniscono in un incontro nazionale, metà convegno e metà festa, dove si mangia insieme e si chiacchiera. Attraverso questi contatti si scopre così che alcune scelte di beni durevoli portano non solo a un risparmio di energia, materiali e inquinamento, ma anche a un risparmio di soldi se si sommano i costi d’investimento e gestione.  Quando si tratta di cambiare per esempio il frigorifero o il televisore, si esaminano le apparecchiature con il record dei bassi consumi nella classifica www.eurotopten.it («dieci migliori»): questi apparecchi costano in genere di più ma i loro più bassi costi di gestione permettono di recuperare in qualche anno i sovraccosti d’investimento e di profittare poi dei soldi risparmiati ogni anno. Lo stesso vale per l’automobile: per esempio una Toyota Prius ibrida (benzina e elettrica) costa un po’ di più ma ha le più basse spese per il carburante: quasi la metà di quelle di un veicolo tradizionale.  Gli stili di vita e consumo più sostenibili hanno due vantaggi: riducono i danni ambientali e sociali alla popolazione locale e globale, ma di ciò il singolo profitterà solo indirettamente, in piccola misura e a lunga scadenza; inoltre, stili orientati più al godimento e meno al consumo permettono di migliorare qui e subito la qualità della propria vita.
Diverse ricerche confermano che da una ventina d’anni nei Paesi industriali si lavora più ore, invertendo la direzione del progresso, che per secoli portò anche a ridurre la durata del lavoro. Se ai tempi di lavoro retribuito si aggiungono le centinaia di ore spese per i trasferimenti e soprattutto per la gestione economica di se stessi, come se ognuno fosse una piccola azienda, non meraviglia che sempre più persone ritengano peggiorata la qualità della loro vita. I vantaggi che alcuni nuovi prodotti portano alla vita quotidiana non riescono a compensare l’aumento delle ore di lavoro, dello stress, dell’inquinamento e del rumore. Così milioni di persone lo stanno capendo e cambiando stile di vita.

                                                                                                                                                 Marco Morosini