Bilanci nell’Arena di Verona…

Il quotidiano “L’Arena” di Verona dedica alcuni articoli al Rapporto Annuale. Il titolo, tanto per cambiare, è “I prezzi elevati si battono con il fai-da-te”

Portafogli più gonfi cambiando abitudini di vita. E’ lo stile delle famiglie che hanno aderito alla campagna di Beati i costruttori di pace
I prezzi elevati si battono con il fai-da-te Si possono preparare conserve e pane ma anche detersivi. E i risparmi arrivano al 30 per cento

Il caro prezzi si può combattere anche senza ricorrere al discount. Utilizzando la bici invece dell’auto (comunque convertita al metano), preparando in casa conserve e detersivi, comprando gli alimentari direttamente dai produttori e in grandi quantità, usando a turno alcuni elettrodomestici, scambiandosi vestiti, giocattoli e oggetti. Risultato: un risparmio mensile del 27-30%, senza sacrifici eccessivi, eliminando il superfluo, ma soprattutto preferendo cibi e prodotti biologici e del commercio equo-solidale, più salutari e rispettosi dell’ambiente e dei produttori del Sud del mondo. Quindi con un risvolto etico molto forte, modificando secondo giustizia la struttura dei propri consumi quotidiani e la gestione dei propri risparmi. È quando stanno facendo dal 1993 circa 500 famiglie in Italia, una ventina solo a Verona (uno dei gruppi «storici» e più numerosi) che hanno aderito alla campagna «Bilanci di giustizia» lanciata proprio a Verona da Beati i costruttori di pace durante «Arena 5». E a queste, si devono aggiungere una cinquantina di famiglie che fanno parte dei Gas, i «gruppi di acquisto solidale» sorti anche nella nostra provincia con lo scopo di risparmiare eticamente sulla spesa. «Alla base di questo nuovo stile di vita c’è stata la consapevolezza che ogni azione ha un suo significato e delle conseguenze, anche se non sempre visibili immediatamente, sia nella spesa quotidiana che nell’acquisto di beni durevoli» spiega Giulia Cardinetti, che con il marito Angelo è stata tra i fondatori del gruppo veronese di Bilanci di giustizia. «Conseguenze ambientali, in termini di imballaggi, rifiuti, impatto della produzione; sociali, come la tutela dei lavoratori e lo sfruttamento del lavoro minorile; e personali, come la scelta del biologico per la propria salute». Il gruppo di famiglie si riunisce ancora oggi una volta al mese, per comunicarsi le novità, organizzare gli acquisti e gli scambi, e produrre in proprio alcuni prodotti. «Non esiste un decalogo del consumatore etico» spiega Lucio De Conti, presidente dell’associazione Villa Buri e tra i primi aderenti ai Bilanci di giustizia. «Avevamo solo lo strumento del bilancio familiare mensile, da stilare in modo da far risultare le scelte di giustizia e lo spostamento dei consumi dai prodotti tradizionali a quelli solidali. Poi è subentrata una seconda fase, di analisi del proprio stile di vita, che oggi è sicuramente più sobrio, senza essere monastico, e soprattutto ci ha fatto riscoprire le relazioni, i rapporti di fiducia con i produttori e i fornitori, cosa che nei supermercati è impossibile». Il monitoraggio mensile dei consumi, attraverso la compilazione di una scheda, con due colonne per ogni voce di spesa, una per i consumi usuali e una per quelli «spostati» seguendo criteri di equità, giustizia e sostenibilità ambientale, viene spedita alla sede del coordinamento nazionale di Marghera, dove viene elaborata in forma statistica. I risultati sono sorprendenti: un risparmio medio netto di oltre 200 euro al mese, rispetto al pari dato Istat, che in realtà è ben di più, perché in queste famiglie i soldi risparmiati vengono investiti in cultura e in iniziative di solidarietà internazionale. «Una giornata al mese è dedicata al fare qualcosa insieme» continua Giulia Cardinetti. «Una volta facciamo i detersivi, naturali al 100%, un’altra volta impariamo a fare il pane, un’altra ancora la salsa di pomodoro. Insomma laddove è possibile, sostituiamo il prodotto del supermercato con uno alternativo, fatto da noi o comprato da cooperative agricole o artigiani locali o del commercio equo e solidale. Abbiamo un accordo con la cooperativa Ca’ Verde e con La Buona Terra, che ha il negozio alle Golosine, sia per gli acquisti di gruppo, sia per quelli individuali. Così anche i prodotti biologici, solitamente molto cari, possiamo comprarli con un piccolo sconto, e comunque il prezzo è sempre trasparente». «Una organizzazione del genere costringe ad una analisi continua dei propri consumi» aggiunge De Conti. «E così ci siamo accorti che il cibo incide solo per il 30% dei nostri consumi, e non per il 60% come dicono molte statistiche. Le voci più pesanti sono trasporti e comunicazione. Alcuni penseranno che con i ritmi di vita così frenetici, sia impossibile fare la spesa quotidiana in questo modo. Un certo impegno ci vuole, soprattutto all’inizio, ma poi subentra un cambiamento dello stile di vita. Un esempio sono i pannolini per bambini: usiamo quelli di stoffa, che non inquinano e costano pochissimo: bastano una o due lavatrici alla settimana per lavarli». Il punto debole sono ancora i vestiti: «Solo ultimamente si cominciano a trovare vestiti di materiale naturale ad un prezzo accettabile» ammetta Giulia. «L’alternativa per noi è lo scambio, che in un attimo rinnova l’armadio».

CHI SONO. Persone giovani, di cultura e con discreto reddito

Chi sono «bilancisti» e i «gassisti»? Dal rapporto annuale di Bilanci di giustizia, risulta che dei soci il 66% ha un’età tra i 19 e i 40 anni, il 52% ha la maturità o la laurea, l’80% abita in una casa di proprietà. Che significa che sono giovani, di buona cultura e di discreto reddito. In un anno riescono a spendere almeno il 24% in meno di quanto indica l’Istat per un italiano medio. «In genere aderiscono insegnanti, professionisti, impiegati, soprattutto sposati, con figli, quasi tutti almeno due figli», spiega Giulia Cardinetti, «ma adesso nei BdG ci sono anche dei single. I Gas sono più eterogenei: per un certo periodo erano entrate anche le Suore Pastorelle di Negrar. C’è a nche chi, riflettendo sul proprio stile di vita, decide di optare per il part time o addirittura cambiare lavoro, come ho fatto io, che ero un’impiegata e adesso lavoro nel no-profit, all’associazione Villa Buri».

Daniela Bruna Adami